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Uno scambio doloroso

18/07/2008  |  Milano
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Non è facile provare a dare un giudizio sullo scambio tra i cinque prigionieri libanesi e i corpi dei due soldati israeliani rapiti da Hezbollah nel 2006, avvenuto in questi giorni. Certo, non si può non provare un brivido lungo la schiena al pensiero che un uomo che quasi trent'anni fa uccise in una maniera orrenda una bambina di quattro anni, sia accolto in patria come un eroe. Con tanto di felicitazioni da parte del presidente palestinese Abu Mazen. Quello moderato. Con cui non più di quattro giorni fa a Parigi il sempre traballante premier israeliano Olmert dichiarava di essere vicinissimo alla pace. Come al solito in questi casi sparare a zero è semplicissimo. E molti puntualmente lo hanno fatto. Forse, però, può essere più interessante analizzare i due editoriali apparsi in queste ore su due quotidiani dei Paesi interessati: l'israeliano Haaretz e il libanese The Daily Star.


Non è facile provare a dare un giudizio sullo scambio tra i cinque prigionieri libanesi e i corpi dei due soldati israeliani rapiti da Hezbollah nel 2006, avvenuto in questi giorni. Certo, non si può non provare un brivido lungo la schiena al pensiero che un uomo che quasi trent’anni fa uccise in una maniera orrenda una bambina di quattro anni, sia accolto in patria come un eroe. Con tanto di felicitazioni da parte del presidente palestinese Abu Mazen. Quello moderato. Con cui non più di quattro giorni fa a Parigi il sempre traballante premier israeliano Olmert dichiarava di essere vicinissimo alla pace. Come al solito in questi casi sparare a zero è semplicissimo. E molti puntualmente lo hanno fatto. Forse, però, può essere più interessante analizzare i due editoriali apparsi in queste ore su due quotidiani dei Paesi interessati: l’israeliano Haaretz e il libanese The Daily Star.

Intanto è interessante notare che – pur dicendo cose tra loro molto diverse – su un punto entrambi concordano: questo è il vero atto finale della guerra del 2006. La guerra che Hezbollah non voleva, ma che alla fine non ha affatto perso. A due anni di distanza il movimento filo-iraniano non solo mantiene le sue posizioni, ma – grazie agli accordi che hanno portato all’elezione del nuovo presidente libanese – politicamente è più forte di prima. Più che il ritorno di Samir Kuntar è questo che in Libano si è festeggiato. Senza ricordare, però, che il vero prezzo di questa roulette l’ha pagata la popolazione civile del Libano. La stessa che ancora oggi – a due anni di distanza – continua saltare in aria sulle micidiali bombe a grappolo, pesante eredità del conflitto.

E adesso? Israele traccia il bilancio e si chiede se i corpi di due soldati valessero questa umiliazione. Nel suo editoriale persino Haaretz, giornale solitamente incline alla trattativa, chiede che da adesso in poi si proceda a un «ripensamento» di questo genere di operazioni. Pesa il fatto che la morte dei due soldati fosse già stata ipotizzata da tempo. Eppure si è continuato a trattare come se fossero due persone vive, per non dare alle famiglie l’impressione di non aver tentato fino alla fine. Di certo  dopo questo choc anche il prosieguo della trattativa per il rilascio dell’altro soldato, Gilad Shalit – rapito da Hamas a Gaza nel giugno 2006, pochi giorni prima di Ehud Goldwasser ed Eldav Regev – si farà ancora più complicata. E la questione dei prigionieri palestinesi – problema serio che tocca migliaia di famiglie palestinesi, e non sempre per reati legati a fatti di sangue – resterà schiacciata dal peso del macigno Kuntar.

Sul fronte libanese, invece, The Daily Star va all’incasso. Con un approccio che, però, non è militare ma politico. Il ragionamento dell’editoriale è: tentando con la forza di annientare Hezbollah Israele di fatto ha perso. Adesso che in Medio Oriente tutti hanno ricominciato a parlare con tutti (il presidente libanese Sleiman con il siriano Assad, il premier israeliano Olmert per vie traverse con la stessa Siria di Assad) c’è l’opportunità di arrivare a un negoziato complessivo che definisca la situazione sul fronte nord di Israele. Si tratta della vecchia idea araba secondo cui è la debolezza – alla fine – a spingere Israele verso il tavolo della trattativa. Per ora funziona. Ma non è affatto detto che vada avanti per molto.

Clicca qui per leggere l’editoriale di Haaretz

Clicca qui per leggere l’editoriale di The Daily Star

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