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«Non bastano le leggi, dobbiamo partire dalla base»

07/04/2008  |  Milano
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Nel numero di marzo-aprile del bimestrale Terrasanta un dossier di 16 pagine è dedicato alla condizione femminile nei Territori palestinesi. Tra le voci di donna che l'autrice ha raccolto vi è anche quella di Khouloud Daibes Abu Dayyed, ministro dell'Autorità palestinese per il Turismo e gli Affari femminili. Nell'intervista, che vi riproponiamo, l'esponente politico dice tra l'altro: «Dobbiamo assolutamente raggiungere la base, magari con l'istituzione di Comitati di quartiere: se le donne non si rendono conto di avere pari dignità rispetto agli uomini, come possiamo sperare che si impongano come cittadine, in famiglia e sul lavoro?».


Il numero di marzo-aprile del bimestrale Terrasanta contiene un dossier di 16 pagine dedicate alla condizione femminile nei Territori palestinesi. Tra le voci di donna che l’autrice, Manuela Borraccino, ha raccolto vi è anche quella di Khouloud Daibes Abu Dayyed, ministro dell’Autorità palestinese per il Turismo e gli Affari femminili. Vi riproponiamo l’intervista.

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«Dobbiamo assolutamente raggiungere la base, magari con l’istituzione di Comitati di quartiere: se le donne non si rendono conto di avere pari dignità rispetto agli uomini, come possiamo sperare che si impongano come cittadine, in famiglia e sul lavoro?». Il ministro per le Donne e per il Turismo dell’Autorità nazionale palestinese, Khouloud Daibes Abu Dayyed, punta sulla mobilitazione e sull’istruzione mentre prosegue la battaglia per cambiare il diritto di famiglia forgiato dalla sharia. Architetto, cristiana, 42 anni e madre di tre figli, la Daibes spiega di avere «un approccio laico basato sui diritti civili» alla questione femminile: «Cerchiamo per quanto possibile di non entrare in diatribe religiose», dice nel suo ufficio a Betlemme.

Come spiega il fatto che nel gennaio 2006 molte donne abbiano votato Hamas?
È una domanda che ci siamo poste anche noi attiviste, e le risposte sono molteplici. Al di là del voto di protesta contro Fatah, credo che un ruolo determinante l’abbia giocato l’offerta massiccia di servizi sociali da parte di Hamas verso le donne, soprattutto a Gaza. C’è poi anche il rafforzamento dell’identità religiosa, un fattore non trascurabile dopo il fallimento del processo di pace.

In che modo si può contrastare la violenza domestica contro le donne?
È un problema culturale. A causa della frattura con Hamas per noi è diventato ancora più difficile monitorare la situazione a Gaza, dove la violenza è aumentata anche per il deterioramento delle condizioni di vita: quasi ogni mese ormai arrivano notizie su un nuovo delitto d’onore. Per questo stiamo cercando di accelerare il cammino di riforma della legge sul diritto di famiglia: questi crimini vengono perpetrati anche a causa della sostanziale impunità garantita agli aggressori, mentre devono esser equiparati agli omicidi. Dobbiamo far passare la pena detentiva dagli attuali sei mesi ad almeno 20 anni e questo può almeno fare da deterrente. Ma cambiare le leggi non basta: dobbiamo puntare su un’ampia mobilitazione e sull’istruzione. Per la scuola avremmo bisogno di insegnanti che promuovessero la parità dei sessi: dovremmo formare anche loro.

Che riscontro ottiene dai colleghi di Hamas sulla revisione della sharia?
È un nervo scoperto, perché quando il discorso arriva alla questione della religione e delle fonti giuridiche della legge islamica, è dura far accettare una diversa interpretazione del Corano: in Tunisia ci sono voluti parecchi anni, la Giordania e l’Egitto stanno ancora facendo come noi questo percorso. Credo che dobbiamo sforzarci di far capire che non vogliamo rigettare il Corano ma darne una diversa interpretazione, a vantaggio della tutela e dello sviluppo della famiglia.

Su quali altri mezzi può far leva la classe dirigente palestinese?
Il nodo cruciale è mettere fine all’occupazione: se migliora la situazione politica, si allenta la tensione sociale e sarà molto più facile reagire alla povertà economica e culturale in cui viviamo. Negli ultimi anni i palestinesi sono stati isolati, e questo spiega il progressivo ripiegamento sulla religione, tanto fra i musulmani quanto fra i cristiani. Credo che stia accadendo qualcosa di molto pericoloso: io stessa sono stata molto più libera nell’infanzia di quanto non lo sia oggi. La società palestinese è sempre più conservatrice, sempre più ripiegata sul privato e su problemi primari come il raggiungimento del posto di lavoro, il miglioramento della situazione economica della propria famiglia… Per molti non resta che la religione e in alcuni casi la sopraffazione sulle proprie mogli.

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