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Nel Grande Cratere l’eco della Parola

09/04/2008  |  Gerusalemme
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Nel Grande Cratere l’eco della Parola
Uno scorcio panoramico del Grande Cratere, nel deserto del Negev (Israele).

La formazione francescana nell'ambito della Custodia di Terra Santa - dice l'autore di questo articolo - investe parecchio sulla conoscenza della regione dal punto di vista biblico-archeologico. Ma fra Oscar ama anche, non appena può, immergersi in ampi spazi aperti e camminare per ore. Non è solo un modo per svagarsi, ma anche per farsi «entrare la Bibbia nelle scarpe» e per contemplare la bellezza del volto del Signore nel Creato. Una delle più belle escursioni compiute è quella nell'area del Grande Cratere, situato nel deserto del Negev. Ecco come è andata.


Sono arrivato in Israele cinque anni fa e più passa il tempo più mi rendo conto della ricchezza di questo Paese sotto tantissimi punti di vista. Non a caso la nostra formazione francescana mira proprio alla conoscenza della Terra Santa soprattutto dal punto di vista biblico-archeologico. Personalmente, però, preferisco, non appena posso, immergermi in ampi spazi aperti e camminare per ore. Non è solo un modo per svagarsi, ma anche per farsi «entrare la Bibbia nelle scarpe» come ripete spesso un mio amico prete francese.

Per un francescano, poi, contemplare la bellezza del volto del Signore nel Creato è qualcosa di connaturale al suo carisma. Nelle mie escursioni, brevi o lunghe che siano, cerco sempre la partecipazione di un amico sacerdote per poter celebrare in modo sommo, nella lettura della Parola di Dio e nella frazione del Pane, il nostro grazie commosso al Signore per tutti i suoi benefici.

Avrete capito quindi che per me la possibilità di godere della magnificenza di un paesaggio va di pari passo con quella di inebriarmi della dolcezza dello sguardo del Creatore di tutte le cose.

Una delle più belle escursioni che abbia mai fatto è stata quella nel Grande Cratere (Hamachtesh Hagadol in ebraico), situato nel deserto del Negev. La particolarità di questo cratere è che non è di formazione vulcanica ma erosiva. Prima del cratere c’era uno strato di rocce morbide ricoperto da uno più duro. Una erosione relativamente veloce ha rimosso i minerali più morbidi che sono poi stati portati via da una falda acquifera. Le rocce pesanti sono quindi collassate sotto il loro stesso peso dando vita a una valle a forma di cratere appunto. Il centro del cratere corrisponde a quella che era la vetta della montagna.

In Israele ci sono altri due crateri di questo tipo: il Piccolo Cratere (Hamachtesh Haqatan) e il Cratere di Ramon (Machtesh Ramon). Il piccolo è noto per la sua perfetta forma tondeggiante, quello di Ramon per le sue dimensioni (il più grande cratere di questo tipo esistente al mondo) e la sua ottima organizzazione a Parco. Il Grande Cratere fu detto tale prima che fosse scoperto quello di Ramon, per questo motivo è anche detto Cratere di Hatirà, dal nome del corso d’acqua che lo attraversa.

Arrivarci dal lato nord, dopo essersi lasciati alle spalle il vicinissimo paese di Yeroham, è uno spettacolo impressionante. Fermare l’auto sul ciglio della strada è d’obbligo. Quello che più colpisce è l’immobilità del silenzio insieme al senso di piccolezza che si prova davanti a questa ciclopica ellisse di roccia della quale non si riesce ad abbracciare il limite ovest con lo sguardo. Siamo praticamente obbligati a seguire la stradina tortuosa, costruita al tempo del Mandato britannico, che lo attraversa da nord a sud per circa 6 chilometri. Gli inglesi fecero delle trivellazioni nella speranza di trovare nafta, ma i tentativi si rivelarono infruttuosi. Oggi nel lato est del Grande Cratere si estrae creta e sabbia. La stradina si tuffa a capofitto nel cratere. La percorriamo molto lentamente data l’assenza di paracarri… In realtà i paracarri ci sono, ma non sono altro che vecchi fusti di petrolio ripieni di pietre e cemento.

Nel punto più basso della carrabile, in fondo al cratere, sul lato destro, troviamo l’indicazione per Ma’alè Avraham («Salita di Abramo»). Si tratta di un sentiero adatto solo a mezzi a trazione integrale che taglia per il lungo tutto il cratere, risale il crinale ovest e prosegue fino a sbucare sulla strada n. 204 che collega Yeroham a Sede Bokèr. In tutto circa 20 chilometri. È un tratto frequentato non solo da fuoristrada, ma anche da scolaresche di israeliani, tanto da essere stato inserito tra i percorsi proposti ufficialmente dal ministero dell’Istruzione. Proseguiamo, evitando questa deviazione, e poco prima dell’uscita dal lato sud troviamo un piccolo parcheggio. In questo punto del cratere, infatti, si trova la maggiore attrazione turistica: le sabbie colorate. Si tratta davvero di sabbie dai colori più impensabili: viola, rosa, rosso, giallo ocra, nero, bianco, blu.

Ci fermiamo. Dopo tre ore di viaggio da Gerusalemme abbiamo bisogno di camminare. Diamo un’occhiata alla mappa e vediamo che proprio dal parcheggio parte un sentiero che si inerpica sul crinale sud del Cratere. La salita non è difficile, è solo rallentata dal nostro fermarci per ammirare le variegate colline sabbiose circostanti. La mappa ci dice che una volta in cresta incroceremo il famoso Shvil Israel, un sentiero nazionale che attraversa Israele da Tel Dan (Galilea Superiore) fino ad Eilat (il punto più meridionale del Paese). In questo tratto lo Shvil Israel costeggia per tutta la sua lunghezza il lato sud del Cratere per poi arrivare anch’esso a Sede Bokèr. Ci vogliono due giorni, tanta acqua nello zaino e buone gambe! Le guide lo consigliano solo agli esperti. Sulla mappa, in linea d’aria, sembrano pochi chilometri, in realtà si tratta di un sali-scendi infinito. È il prezzo da pagare per godere di vedute indimenticabili!

Decidiamo quindi di fare un percorso andata-ritorno. Una volta in cresta lo spettacolo è mozzafiato. Ci ritroviamo a camminare per chilometri e chilometri esattamente sul punto di frattura degli antichi fasci rocciosi che un tempo formavano la montagna. Ora i fasci di rocce, spessi e alti decine di metri, si trovano a formare angoli di 45 e più gradi rispetto al suolo. Andiamo avanti così per qualche ora fino a mezzogiorno, quando ci fermiamo per celebrare la Messa.

Il tempo è strano, il sole picchia ma il vento è gelido. La prima lettura, tratta dal cap. 17 del profeta Geremia, ha un sapore particolare in questo luogo:

«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
che pone nella carne il suo sostegno
e dal Signore allontana il suo cuore.
Egli sarà come un tamerisco nella steppa,
quando viene il bene non lo vede.
Dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.
Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è sua fiducia.
Egli è come un albero piantato lungo l’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi;
nell’anno della siccità non intristisce,
non smette di produrre i suoi frutti».

A fine giornata, tornati a casa un po’ stanchi e col naso arrossato, capisco che il vero tesoro della giornata non è stato solo il riempirsi gli occhi, ma l’aver potuto incontrare il Signore nella sua Parola in modo tanto scarno, concreto, senza fronzoli, direi quasi tagliente e brutale, quanto espressivo di quelle parole del profeta Geremia lette in quel posto così toccante.

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Recarsi in Terra Santa è toccare con mano i luoghi in cui il Verbo di Dio è entrato nell’esperienza umana in Gesù di Nazaret.

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