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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.
Piccolo e indifeso, Gesù entra nella storia degli uomini per offrire il dono più grande: un Dio che si fa vicino

Betlemme, Natale di Salvezza

suor Chiara Beatrice
12 dicembre 2007
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Betlemme, Natale di Salvezza
Tiziano, Adorazione dei magi (dettaglio), Pinacoteca Ambrosiana, Milano.

«Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nella stanza» (Lc 2, 7). È così che Gesù entra in scena nella storia degli uomini: avvolto in fasce, come tutti i bambini del suo tempo; piangendo, come tutti i neonati di ogni tempo. Semplicemente nasce. O meglio, viene partorito. Esattamente come ciascuno di noi. Il suo primo apparire nel mondo ha il sapore della passività, della consegna inerme, della fiducia regalata; ha la forma di una domanda di ospitalità, umile perché radicalmente povera: un neonato non può nulla, è soggetto agli adulti in tutto, non ha niente da offrire a chi l’accoglie, ma tutto attende di ricevere. Viene deposto in una mangiatoia, perché in una Betlemme affollata non si è trovato niente di meglio per custodire l’intimità dell’evento più prezioso e insieme più fragile della vita di un uomo. Cominciare così, nel segno di una banale ordinarietà, di un’anonima obbedienza alle forme elementari dell’esistenza, indica uno stile preciso, inequivocabile, che nella vita del Maestro di Nazaret assumerà con il tempo il colore e lo spessore della maturità, ma senza cambiare di segno. Anzi, il termine della vita di Gesù sarà il sigillo definitivo sulla sua debolezza, in quella morte più che debole, perché tragica e scandalosa. Di nuovo egli si consegnerà nelle nostre mani, lasciandosi fare; si consegnerà con una passività simile a quella del suo primo apparire, lasciandosi deporre in una tomba non sua, in un sepolcro prestato, come quella mangiatoia di fortuna, che era stata il suo primo riparo.

Ecco lo stupore di Betlemme: Dio non si fa solo accessibile e vicino, così che di lui si possa dire: l’abbiamo udito, veduto, contemplato, toccato con le nostre mani (cfr 1 Gv 1, 1). Dio, nel suo Figlio, si fa tanto accessibile da divenire vulnerabile. La vulnerabilità è un’accessibilità spinta all’estremo, è disponibilità ad essere accolti o rifiutati, accarezzati o colpiti. Questo inimmaginabile stile di Dio è ciò che permette un incontro vero con l’uomo, aprendo la possibilità di una relazione viva con lui, fatta di sorrisi e di lacrime, di amore e di sangue.

In questa kenosis del Figlio di Dio, in questo abbassamento sconcertante, suscitato da un desiderio di relazione senza misura, Chiara d’Assisi saprà cogliere l’essenza della vita di Gesù, i lineamenti più belli del suo volto: «Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i nidi, ma il Figlio dell’uomo, cioè Cristo, non ha dove posare il capo e quando infine lo reclinò, rese lo spirito. Se dunque un Signore così grande volle apparire nel mondo disprezzato, bisognoso e povero, perché gli uomini divenissero in lui ricchi, esultate in pienezza e rallegratevi» (Prima lettera di Santa Chiara a Sant’Agnese di Praga).

«Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 11-12). Per Luca l’evento di questa nascita è l’oggi della salvezza, l’inizio di quel tempo nuovo in cui si compiranno le promesse dei profeti. Ma il segno che accompagna l’«evangelo» dell’angelo, il suo messaggio di gioia, non è niente di più che un inutile infante. L’insignificanza si fa per noi «segno». Segno di un Dio diverso, la cui gloria brilla paradossalmente in un «oggi» così. Nessun riflettore è puntato su quel bambino avvolto in fasce: la gloria del Signore avvolge di luce i pastori, non il neonato, avvolge quei «piccoli», ritenuti lontani dall’osservanza della legge, a cui il Padre ha voluto rivelare il suo mistero (Lc 10, 21). Betlemme è un invito a lasciare che sia Dio a raccontarci la sua gloria. Perché per noi la gloria è onore, successo, potere e fama; per Dio la gloria è una carne che si dona perché altri abbiano la vita. La gloria annunciata dal canto degli angeli a Betlemme si rivelerà compiutamente nella Pasqua di Gesù, in quel suo dare la vita per noi, amandoci sino alla fine.

(L’autrice è una monaca clarissa del monastero di Santa Chiara, in Milano

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