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Amnesty International: il Libano attende ancora giustizia

23/07/2007  |  Roma
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<i>Amnesty International: </i>il Libano attende ancora giustizia
Libano, agosto 2006. Nell'immagine di repertorio funerali di libanesi morti sotto i bombardamenti.

«È passato un anno e in Libano non è cambiato nulla». Ne è convinta Sonia Nobile, responsabile del coordinamento per il Medio Oriente della sezione italiana di Amnesty International, nel fare il punto su quanto accaduto nell'arco degli ultimi dodici mesi nel Paese mediorientale. È rimasta «lettera morta», osserva la Nobile, la richiesta avanzata dalla sua organizzazione per l'apertura di un'inchiesta internazionale indipendente sulle violazioni dei diritti umani, perpetrate da israeliani ed Hezbollah nel corso della guerra del 2006. Per Amnesty è necessario ristabilire il diritto umanitario internazionale, mettendo in sicurezza i civili che vivono in una persistente situazione di incertezza tra attentati, omicidi e scontri.


«È passato un anno e in Libano non è cambiato nulla». Ne è convinta Sonia Nobile, responsabile del coordinamento per il Medio Oriente della sezione italiana di Amnesty International, nel fare il punto su quanto accaduto nell’arco degli ultimi dodici mesi nel Paese mediorientale.

Le giornate appena trascorse sono state caratterizzate da una serie di avvenimenti che potrebbero rivelarsi importanti per il Libano e, più in generale, per la regione. Si tratta dell’anniversario della guerra con Israele, della presentazione del rapporto delle Nazioni Unite sull’inchiesta per l’omicidio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri (il 14 febbraio 2005), della posizione della Siria, della riunione di Parigi e dei combattimenti nei campi profughi palestinesi di Nahr Al Bared e di Ain Al Hillweh.

Un quadro apparentemente in movimento che, tuttavia, non sembra accompagnare un cambiamento in positivo della situazione per la popolazione civile. Sulle condizioni di chi sta subendo le violazioni dei diritti umani si è soffermata l’esponente di Amnesty, ricordando che è rimasta «lettera morta» la richiesta avanzata dalla sua organizzazione per l’apertura di un’inchiesta internazionale indipendente diretta a far luce sulle violazioni dei diritti umani, perpetrate da israeliani ed Hezbollah nel corso della guerra del 2006. «Si tratta – ha sottolineato Sonia Nobile – di un provvedimento necessario per assicurare alle vittime una giusta riparazione. La richiesta è stata recentemente riproposta, ma con dispiacere abbiamo compreso che sembra non esserci la volontà di attuarla da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu».

«Per noi di Amnesty è necessario – ha spiegato la responsabile per l’area mediorientale – che si ristabilisca il diritto umanitario internazionale, mettendo in sicurezza i civili i quali, nell’ultimo anno, dopo aver affrontato e subito il conflitto, si trovano a vivere in una situazione di incertezza tra attentati, omicidi e scontri. Allo stato attuale sono i civili che stanno perdendo la vita, la casa, la possibilità di condurre un’esistenza dignitosa. La vita sociale ed economica è minata alla base. Migliaia di sfollati non sono riusciti a rientrare nelle proprie abitazioni, le infrastrutture civili sono o distrutte o danneggiate. In pratica si vive in costante pericolo e difficoltà».

Oltre all’esigenza di aprire un’inchiesta internazionale indipendente, Sonia Nobile ha evidenziato un’altra priorità: risolvere la questione delle cluster bomb. Dopo il Trattato di Ottawa del 1997 e la conseguente messa al bando delle mine antiuomo, le cosiddette bombe a grappolo sono divenute la nuova emergenza umanitaria. La munizione cluster è composta da un contenitore che trasporta da 200 a 250 piccoli ordigni. Poco prima di raggiungere l’obiettivo, l’involucro si apre e il contenuto, appeso a piccoli paracadute, si disperde sul terreno. La sua azione non si esaurisce al momento dell’impatto al suolo, perché non tutte le bombe esplodono. Nonostante che le case produttrici indichino il margine di inefficienza in un 5 per cento – gli artificieri hanno riscontrato dal 10 al 40 per cento di ordigni inesplosi. I dispositivi sono simili a lattine di birra, dai colori sgargianti e attraggono soprattutto i bambini poiché sembrano giocattoli. Basta toccarle e scoppiano.

«Israele – ha chiarito la Nobile – ne ha lanciate in gran numero soprattutto nelle ultime 72 ore del conflitto e, ad oggi, le bombe a grappolo continuano a causare morti e feriti sia tra i civili che tra coloro che si occupano dello sminamento. Sono stati già individuati oltre 900 siti dove sono presenti questi ordigni che fino alla fine di giugno avevano provocato la morte di altre 32 persone e oltre 210 feriti, tra cui molti bambini».

«A tal proposito – ha concluso la rappresentante dell’organizzazione – Amnesty chiede con urgenza a Israele di fornire una mappa dei luoghi in cui sono state lanciate le bombe a grappolo, per aiutare gli specialisti dello sminamento ad operare sul territorio in sicurezza, impedendo altre vittime e feriti».

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