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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.
Ritrovato il diario di un pellegrino svizzero di fine Ottocento.

La Terra Santa splendida e dimenticata di Paul Laufer

Franco Valente
14 luglio 2006
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La biblioteca centrale della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme ha acquistato recentemente un libro raro e pressoché dimenticato, che non figurava nel catalogo di nessuna delle principali biblioteche ecclesiastiche di Gerusalemme. Si tratta del racconto di un viaggio in Egitto e in Terra Santa compiuto tra il 1893 e il 1894 intitolato Au Pays du Christ («Nel Paese di Cristo»). Ne è autore lo svizzero Paul Laufer ed è stato pubblicato nel 1898 a La Chaux-de-Fonds (Svizzera) dal libraio-editore F. Zahn. È un grosso volume di quasi 500 pagine di bella carta pesante color pergamena, illustrata da 112 xilografie «dei principali artisti», tra le quali l’antiporta, costituita da una grande veduta pieghevole di Gerusalemme dal monte degli Ulivi. Tranne questa veduta, disegnata da Anker copiando una fotografia presa dall’autore, tutte le illustrazioni sono attinte da altre opere del genere, come per esempio la splendida Terre Sainte del Guérin, edita nel 1883.

Il libro (la copia in questione è autografata dall’autore) è diviso in tre parti, che corrispondono alle tre tappe di questo viaggio-pellegrinaggio in Oriente: l’Egitto (che l’autore e i suoi due compagni di viaggio, i coniugi Gautier, visitarono dal 9 al 26 novembre 1893), Gerusalemme e la Giudea (dove si trattennero per circa quattro mesi) e la Samaria, la Galilea, la costa del Libano, l’entroterra del Libano, Damasco e dintorni, che attraversarono e visitarono nelle ultime cinque settimane.
Trascorsero gli ultimi giorni a Beirut, dove intorno al 20 maggio del 1894 s’imbarcarono per tornare in patria. I signori Gautier, con cui il Laufer ha compiuto questo viaggio-pellegrinaggio, sono il professor Lucien, di cui l’autore era allievo, e la sua signora. Anche il professor Gautier ha raccontato in un libro questo viaggio, o almeno una parte di esso. S’intitola Souvenirs de Terre-Sainte, e anch’esso è stato pubblicato nel 1898. Il Laufer rimanda a quest’opera del suo maestro per il racconto della loro «escursione» a Tecoa (p. 425, n. 5) e degli «indimenticabili soggiorni» nella regione del Carmelo e a San Giovanni d’Acri (p. 461, n. 1), nell’alta Galilea e sulla costa di Tiro (p. 470, n. 1).

Il professor Gautier è autore anche di un libro di 141 pagine che s’intitola: Au delà du Jourdain. Souvenirs d’une excursion faite en mars 1894. Il Laufer non fa menzione di questo scritto, benché sia stato pubblicato già nel 1895; ricorda però che il 9 marzo «il signor G. è partito [da Gerusalemme] in compagnia di un erudito inglese, per un viaggio di otto giorni oltre il Giordano» (p. 407), forte anche di una buona conoscenza dell’arabo popolare (p. 354).

Ma cerchiamo ora di comprendere meglio il carattere e l’importanza di quest’opera.
Nell’offrire il suo libro ai signori Gautier, l’autore lo presenta dicendo che «non è che un diario, il diario di alcuni mesi della mia vita, passati accanto a voi… Vissuto, se non redatto, sotto i vostri occhi, esso evoca il ricordo delle nostre comuni gioie, delle solenni impressioni del nostro pellegrinaggio al paese del Cristo, e senza le preziose lezioni che mi hanno preparato a questo viaggio, non avrei potuto scriverlo… Diario, ha tutti gli inconvenienti del genere, senza, ahimè, averne i pregi. Manca di proporzione, manca di prospettiva, manca di obiettività… L’orizzonte è spesso ostruito dall’ingombrante persona dell’autore… ». «E tuttavia – prosegue – mentirei dicendo che questo libro non ha per me alcun valore. Lo amo per molte pagine scritte laggiù, sotto le nostre palme del Cairo, nella nostra casetta di Gerusalemme e sotto la tenda, dopo otto o dieci ore di cavallo, in mezzo a questo mondo di erba e di fiori che prendevano vita sotto gli acquazzoni di aprile. Lo amo per il rimpianto nostalgico della Terra Santa che ha ravvivato in me… ». Termina, quindi, augurandosi che «queste righe, nonostante la loro debolezza, possano rendere partecipi altri delle gioie che ho provato io stesso», che inoltre «diano a qualcuno una più chiara visione dei luoghi santi», e che «soprattutto, voi proviate qualche gioia, leggendole, nel riandare alle benedizioni che Dio ci ha accordato in questo caro paese che, voi ed io, amiamo».

Che queste pagine «diano una più chiara visione dei luoghi santi» è più che convinto Ernest Favre, altro eminente palestinologo svizzero di quel tempo. Egli scrive nella prefazione, che completa la presentazione del libro, che «quest’opera, perfettamente coordinata, ma alla quale l’autore ha conservato la forma pittoresca di un racconto di viaggio, è una guida eccellente in questo paese sul quale, più che su ogni altro, ci preme sapere la verità. Senza stancarci con troppe informazioni teologiche o archeologiche, egli ci conduce da persona che conosce i fatti, e noi possiamo accettare con piena sicurezza le sue indicazioni.
Il lettore troverà, cammin facendo, delle parti descrittive, storiche, studi d’arte, d’architettura, di etnografia, di religione comparata, offerti sotto una forma accessibile a tutti; egli vi troverà anche i racconti biblici ricollocati nel loro ambiente naturale».
Tirando le somme, il Favre scrive che «L’autore è un uomo di fede; egli visita da credente, quanto da uomo di scienza, "la terra della promessa"… Ci offre dunque un libro molto personale; il più delle volte, i luoghi e le scene diverse che ci presenta, ci appaiono attraverso le impressioni che ha provato lui stesso. Grazie a questo metodo il lettore diventa facilmente viaggiatore». Per lo studioso ginevrino quest’opera ha solo un piccolo difetto: che «Il [suo] contenuto… non risponde interamente al suo titolo: un buon terzo è, infatti, consacrato all’Egitto».

Occorre precisare che l’«uomo di fede» è un buon, anzi ottimo cristiano evangelico del suo tempo. Questa è, diciamo, la sua «formazione di base». Sono quindi gli occhi di un protestante svizzero dell’Ottocento quelli che, visitando la Terra Santa, vedono in particolare un cristianesimo «degenerato e sfigurato» (p. 346) dalle «leggende», dai formalismi, da «oscure devozioni» e dalle «risse» tra le Chiese; un cristianesimo ridotto a delle «vecchie scorze di credenze o di superstizioni che dovrebbero cadere in polvere. Non c’è più che il rito» (p. 387); un cristianesimo che non è più tale «perché – e su questo possiamo essere d’accordo – la religione separata dall’amore non è che una menzogna, come la carità senza la religione non è che una chimera» (p. 351). Per cui sente «una gran pietà per questi santuari… ».

Non è quindi in questi «santuari morenti di vetustà, rilucenti di lustrini» (p. 306), dove «la pietà si materializza e si snatura» (p. 474) che egli «ritrova la traccia dei passi del Salvatore» (p. 460), ma piuttosto nei luoghi dove Egli è passato, ha pregato, ha predicato…, anche perché questi luoghi avevano ancora pressoché lo stesso aspetto di quando li vide Lui: «Questo sole che lo ha bagnato del suo sudore d’agonia…, guardavo questo sole, e queste pietre dove ha posto la fronte, e questi olivi testimoni delle sue preghiere – se non essi, altri simili -… e questa gola dove niente è cambiato – salvo il muro del giardino e qualche costruzione sparsa…» (p. 236).
Il libro si chiude con una parola del Vangelo di Giovanni: «In spirito e verità» (Gv 4,23). L’autore l’ha posta proprio al termine del suo racconto, perché dice che questa parola, che «sembra scritta» nel luogo dove Gesù l’ha pronunciata, cioè presso il Pozzo della Samaritana vicino a Sichem, e anche «su tutte le colline della Giudea», «paese…, come il suo Re, senza splendore», «esprime ciò che il mio viaggio mi ha fatto comprendere» (p. 474). Esprime, in sostanza, lo stesso concetto la frase di Giovanni citata nella dedica. Per cui si può dire che questo viaggio «Al Paese del Cristo» è racchiuso tra due frasi del Vangelo di Giovanni che insieme esprimono ciò che l’autore ne ha ricavato, e cioè che la fede è la conditio sine qua non per poter camminare realmente sui passi del Cristo.

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