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Diario libanese. «La nostra vita sotto le bombe»

18/07/2006  |  Beirut
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Proseguono gli attacchi israeliani su Beirut. Dalla capitale libanese ci giunge la testimonianza di un frate francescano che descrive il dramma che nuovamente si trova a vivere il Paese.


A Beirut i frati della Custodia di Terra Santa condividono con la comunità cristiana questi drammatici giorni di guerra. I francescani sono particolarmente impegnati nella pastorale giovanile, nelle scuole e nell’assistenza ai più poveri. Oltre che nella capitale, i frati minori sono presenti ad Harissa, Tiro e Tripoli. Ecco una testimonianza da Beirut.

Sto bene fino ad ora, grazie a Dio! Anche i miei. Hanno lasciato la nostra casa che era stata ricostruita di nuovo dopo la guerra (1975-1990); come loro quelli del nostro quartiere. La nostra casa è danneggiata. Tutti i ponti sono distrutti, e questo vuol dire che non ci si può nemmeno recare sul posto. Due giorni fa, una mia zia è riuscita ad arrivarci, e ha visto che le finestre sono rotte, le porte – sia quelle d’alluminio sia quella d’ingresso che era di legno – sono divelte, distrutte dalla pressione dei bombardamenti. Fino ad ora le case non sono state depredate, ma non c’è niente che lo possa impedire in futuro. Per ripararle ci vorranno migliaia e migliaia di dollari.

Per quanto riguarda il convento a Beirut, siamo rimasti solo noi frati. Tutti gli ospiti (non c’era una stanza libera!) hanno lasciato il convento, o meglio, sono scappati in Siria per poi tornare nei propri Paesi. I bombardamenti si fanno sentire, eccome! Sono a qualche chilometro dal convento verso sud: prima all’aeroporto, poi più vicino, a Beirut-est, a 2-3 chilometri da qui. Quello più vicino si è svolto al porto, che è stato bombardato più volte. Il più massiccio è stato questa mattina, e ha causato due morti. Gemmayzeh è vuota, durante la giornata passano poche macchine, e di notte nessuna, tutti i ristoranti sono chiusi… Non era più cosi da anni. Pure Dawra è stata bombardata stamattina. Dawra è l’incrocio che lega Beirut alla regione cristiana, e ieri la stessa sorte era toccata a Jounieh. Proprio mentre scrivo i bombardamenti sono anche sopra Yarzeh, vicino a Baabda, il che vuol dire che anche i quartieri e le regioni cristiane sono sotto tiro.

A soffrire di più è il Sud: rotti tutti i ponti, chiuse tutte le strade. La gente soffre a causa della mancanza di medicine e del necessario per vivere. A Tiro, per 120 mila persone, arrivano solo mille pacchi di pane: vuol dire un pacco di pane di un chilo per ogni 120 persone. E non parliamo dei bombardamenti e dei massacri che si fanno contro i bambini, le donne e i vecchi: tutto per «pura difesa», come Israele dichiara. E in molte altre regioni del Sud si soffre lo stesso, per non dire di più.

Anche i turisti sono partiti, impauriti. Povero Libano! Aspettavamo un milione e 700 mila turisti quest’estate, ma niente! Da tre giorni le ambasciate stanno organizzando dei bus per portare via i propri cittadini. Gli israeliani parlano di ancora due settimane di bombardamento per distruggere le forze degli Hezbollah (o per continuare a distruggere il Libano, dico io). A Tripoli, è stato bombardato il porto, non molto lontano dal nostro convento e delle nostre costruzioni. Grazie a Dio, non hanno colpito il quartiere del Mina, (dove abbiamo il nostro convento, la scuola e dove si stanno costruendo nuove case per i cristiani). Non sono più andato al Mina da una settimana, per non rimanere chiuso li, perché c’è il rischio che bombardino alcuni ponti che legano Beirut al Nord. Rimango in contatto telefonico con tutti.
La benzina comincia a mancare. Ho fatto un po’ di spesa: spaghetti, riso, latte, in grande quantità perché non si sa quando verranno a mancare definitivamente. I supermercati sono già quasi vuoti di questi generi alimentari. Fino ad ora il convento sembra essere un posto sicuro, così almeno pare, anche se non riusciamo a dormire la notte per via dei bombardamenti. Se la situazione si aggravasse ancora di più probabilmente andremo ad Harissa, ma fino a ora stiamo bene. Sono stanco e un po’ preoccupato; solo la fede e la preghiera ci aiuta in questi momenti così difficili.

 

In Terra Santa coi francescani

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