SEMI DI PACE

Alla scuola della Famiglia


di Pia Compagnoni |  novembre-dicembre 2006

Nazareth, un momento di svago per gli ospiti della Scuola della Sacra Famiglia.


Questa è la storia di un segno, uno dei tanti segni lasciati da un grande Papa. Tutto comincia con la visita di Paolo VI in Terra Santa. Per ricordare il suo pellegrinaggio il Papa, invece di parole, chiese e volle «pietre viventi»: opere in favore dei più piccoli e dei più deboli, tra cui ragazzi e ragazze portatori di handicap.

I guanelliani aderirono con entusiasmo e i francescani, con la solita generosità, misero a di sposizione un vecchio convento abbandonato, al centro di Nazareth, a pochi passi dalla basilica dell'Annunciazione. Nel 1975 don Ugo Sansi con un gruppetto di ragazzi, diede inizio alla «Scuola della Sacra Famiglia». Fin dall'inizio rifiutò l'internato, ma non fu facile far accettare questa scelta in una società dove il disabile è tenuto nascosto agli occhi della gente. Poco a poco il sacerdote riuscì a sensibilizzare i genitori, coinvolgendoli direttamente nel lavoro di recupero dei loro figli.

Con l'arrivo di due giovani guanelliani - don Marco Riva e fratel Carletto Fondrini - la comunità ha preso la decisione di accogliere solo i casi gravi di handicap psico-fisico e spastici cerebrolesi, fino all'età di 21 anni: questo ha significato un supporto non indifferente, che le famiglie hanno apprezzato. Attualmente gli ospiti sono 160, provenienti dai villaggi arabi della Galilea. Vanno e vengono ogni giorno, dal lunedì al venerdì, con diversi mezzi messi a disposizione dai loro comuni e rimangono al centro dalle 7.30 del mattino fino al tramonto. Anche nei giorni festivi e durante le vacanze c'è sempre qualcuno che passa e ripassa anche solo per fare un saluto agli amici educatori.

L'80 per cento sono musulmani sunniti e il 20 per cento cristiani di diverse Chiese tra cui un certo numero di cattolici di vari riti. Sono suddivisi secondo l'età e la malattia per classi, con attività e programmi di insegnamento propri; i piccoli, soprattutto, hanno un trattamento individuale. Lo staff è composto da 110 persone, tra insegnanti medici, paramedici e assistenti, sia cristiani che musulmani.

L'opera don Guanella predilige il lavoro creativo anche se ciò richiede più impegno, perché vuol risvegliare nei ragazzi il meglio che c'è in ognuno di loro, dando a ciascuno la possibilità di esprimersi. Nelle antiche sale del convento, trasformate in laboratori, sono esposti i loro lavori: cesti, stuoie, tappeti e cuscini intessuti con svariate combinazioni di colore, disegni e pastelli. I ragazzi sono fieri delle loro opere creative e sentono il bisogno di prenderti per mano e condurti davanti ai loro lavori che ornano un po' tutti i locali della casa.

Oltre le due piscine per grandi e piccoli, dal 1999 c'è anche la sala multisensoriale che serve per stimolare i ragazzi attraverso suoni e luci. Il cortile esterno con tanto verde, fiori, palme e pergolati, serve per le attività in comune. Negli incontri con i gruppi di pellegrini, don Marco e fratel Carletto sottolineano sempre con passione che il loro lavoro si basa su una pedagogia antropologica cristiana. In tutto l'ambiente si respira un clima di famiglia, grazie anche alla presenza di Elio e Carla, genitori di don Marco, che hanno scelto di collaborare come volontari con la bella famiglia guanelliana.
Questa atmosfera già di per sé educativa, la chiamano «pedagogia dell'ambiente» ed è una nuova esperienza nel mondo arabo.

La scuola (pubblica e privata insieme) è alle dipendenze dello Stato di Israele che versa il salario a tutto lo staff, lasciando liberi i guanelliani nella attuazione del loro programma educativo. C'è la più grande collaborazione con i ministeri degli Affari Sociali, della Sanità e dell'Educazione. I responsabili sono tutti ebrei israeliani che apprezzano l'indirizzo pedagogico impresso dall'opera di don Guanella. Nel 2004 hanno voluto assegnare a questa splendida istituzione il premio «Fuori concorso» definendola il centro più qualificato e accogliente di tutta la Terra Santa.

Don Ugo, il pioniere, riposa dal 14 aprile 1997 nel piccolo cimitero dell'Ospedale italiano di Nazareth e veglia dall'alto sull'opera che ha creato con tanta passione e tenacia. Già nel 1902 era venuto a Nazareth don Luigi Guanella insieme all'amico cardinal Andrea Carlo Ferrari, con il primo pellegrinaggio italiano in Terra Santa. Nei registri della basilica dell'Annunciazione c'è un suo scritto in cui rivela la sua predilezione per la Galilea, promettendo di inviarvi un giorno i suoi «Servi della Carità» a servizio dei più poveri. Il suo sogno si è realizzato.

Nella foresteria del convento ha vissuto fratel Carlo di Foucauld dal 1897 al 1900, prima di raggiungere il Sahara dove morì martire tra i tuareg il primo dicembre 1916. Dal 1996 ci sono tre piccoli fratelli di «Jesus Caritas», che hanno trasformato il luogo dove il piccolo fratello universale ha passato le notti in preghiera, in una cappella piena di silenzio e di icone. Le due comunità si integrano a vicenda: accanto all'intensa attività dei guanelliani c'è il respiro contemplativo di «Jesus Caritas». L'opera di don Guanella, come il piccolo fratello Carlo di Gesù, non cerca di convertire nessuno, ma di testimoniare con la vita l'amore di Dio. Fedeli al messaggio di Nazareth, i guanelliani si propongono di aiutare i loro ragazzi a risvegliarsi allo spirito che è luce. Vedendoli completamente dediti ai loro ragazzi, ho ricordato il midrash del rabbino che ogni venerdì spariva fino a sera. I suoi discepoli pensavano che si incontrasse in segreto con Dio, ma uno di loro scoprì che il grande rabbino, travestito, andava da alcuni ragazzi colpiti da handicap grave, per aiutarli nella preparazione del sabato, giorno festivo per gli ebrei, che comincia il venerdì sera al tramonto. Gli altri discepoli gli chiesero: «Dove va il rabbino, forse in cielo ogni venerdì per incontrare JHWH?" "No- rispose quel discepolo - va molto più su».

Il Congresso della Lega internazionale e delle Associazioni in favore degli handicappati mentali si è tenuto proprio a Gerusalemme nel 1968 e in quell'occasione venne redatta la Dichiarazione dei diritti generali e particolari dei debili mentali. Un articolo della Dichiarazione dice: «Il debile mentale ha diritto di vivere nell'ambito della famiglia o di un foyer che la sostituisca, di partecipare a tutte le forme di vita comunitaria e di dedicarsi ad attività ricreative compatibili con il suo stato».

La Scuola della Sacra Famiglia ne è stata una splendida attuazione pratica.