SEMI DI PACE

Io, ebreo salvato da Pio XII


di fra G. Claudio Bottini |  marzo-aprile 2012

Papa Pio XII. (fotogallery 1/2)

Michael Tagliacozzo.


Basta digitare il suo nome in Internet e immediatamente si trovano informazioni e interviste nelle quali Michael Tagliacozzo è presentato come storico dell’Olocausto, lo sterminio subito dagli ebrei ad opera principalmente del nazionalsocialismo durante la seconda guerra mondiale, e come strenuo difensore di papa Pio XII. Io ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e mi piace ricordarlo a un anno dalla sua scomparsa avvenuta il 15 aprile 2011, pochi giorni prima di Pesach e della nostra Pasqua. Riposa nel moshav di Nir Etsiyon, vicino ad Haifa, dove parecchi amici cristiani andavano a trovarlo ripartendone edificati dall’elevatezza della sua umanità e spiritualità. In rappresentanza dei francescani di Terra Santa ai suoi funerali prese parte suor Emanuela Verdecchia, superiora e direttrice dell’Ospedale Italiano di Haifa affidato alle Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria.

Incontrai Michael Tagliacozzo la prima volta agli inizi del 1982 quando mi interessai per la messa a dimora di un albero dedicato alla memoria del Servo di Dio don Gaetano Tantalo proclamato Giusto delle Nazioni. Non solo egli volle essere presente alla cerimonia a Yad Vashem, ma sul quotidiano israeliano Hatzofè del 13 aprile 1982 (coincideva con la Pasqua ebraica) ricordò la persona di don Gaetano e il ruolo da lui avuto nel salvare i membri delle famiglie ebree romane Orvieto e Pacifici nel 1944.

Quello fu il mio primo incontro personale ma nell’ambiente francescano di Gerusalemme Tagliacozzo era bene conosciuto. Padre Ignazio Mancini lo aveva invitato a contribuire a Studia Hierosolymitana, una miscellanea per il settantesimo compleanno di padre Bellarmino Bagatti, allora direttore dello Studium Biblicum Franciscanum. Vi pubblicò un articolo dal titolo «Formazione e sviluppo della liturgia sinagogale».

Da allora non ci siamo più persi di vista. Di lui conservo lettere e biglietti nei quali traspaiono la nobiltà e la delicatezza del suo animo di uomo e di credente. Immancabili i suoi auguri per Natale e Pasqua sempre accompagnati dalla richiesta di un ricordo nella preghiera. Quando scomparve la sua diletta sposa mi inviò un’offerta perché celebrassi una Messa di suffragio.

Avendo sperimentato personalmente al momento del pericolo la protezione della Chiesa – nel 1943 fu nascosto nel Seminario Romano presso il Laterano, dove fece amicizia con diversi ecclesiastici, come i futuri cardinali Pietro Palazzini e Vincenzo Fagiolo e il superiore dei penitenzieri francescani della basilica, padre Ireneo Squadrani – conservò sempre riconoscenza e non perdeva occasioni per difendere la figura e l’opera di Pio XII durante gli anni bui delle persecuzione antiebraica.

Il 28 giugno 1983 sul quotidiano Haaretz apparve una sua lettera al direttore con la quale reagiva vigorosamente all’accusa mossa al Vaticano che avrebbe aiutato dei nazisti a fuggire dall’Europa. Egli diceva: «Riguardo al controverso giudizio sul silenzio di Pio XII e dei circoli vaticani nei confronti della persecuzione, è doveroso ricordare il prezioso aiuto della Santa Sede di cui beneficiarono gli ebrei di Roma. Su raccomandazione dello stesso Pontefice, il clero di ogni grado fece del suo meglio per salvare gli ebrei tanto che un numero grande di perseguitati fu accolto nei conventi che aprirono le porte alle vittime, offrendo con larghezza rifugio e assistenza. Nel corso di tale opera di salvataggio tutti i bambini dell’orfanotrofio israelitico trovarono rifugio in uno dei conventi. Dentro le stesse mura del Vaticano “sotto le finestre del Pontefice” gli ebrei trovarono salvezza dai furori della Gestapo. Circa cinquemila si rifugiarono nelle istituzioni della Chiesa, dei quali 4.238 nei conventi, monasteri ed altri istituti religiosi mentre 477 furono accolti nel Vaticano stesso e nelle zone extraterritoriali dipendenti dalla Santa Sede. Anche i nazisti e i loro satelliti accusarono il Vaticano per l’aiuto agli ebrei, ai comunisti e ad altri perseguitati. L’organo delle SS in lingua italiana L’avanguardia del 12 agosto 1944 non risparmiò pesanti offese al Vaticano e al clero, chiedendo il perché dell’”interesse della Chiesa per ebrei e comunisti nemici dell’umanità”».

La sua presa di posizione non mancò di procurare a Tagliacozzo qualche  accusa, ma egli non si lasciava turbare. Il 13 settembre 1983 mi scriveva: «La mia lettera al giornale Haaretz mi ha procurato una scortese lettera da parte di un lettore dello stesso quotidiano. Non ho ovviamente risposto allo sconosciuto interlocutore poiché il linguaggio da lui usato è lontano dal mio spirito».

Quando padre Bagatti, di cui Tagliacozzo aveva grandissima stima come persona e studioso, fu ricoverato nell’ospedale italiano di Haifa, gli fece più volte visita e il 2 luglio 1984 mi scriveva: «La ringrazio di tutto cuore per avermi permesso di adempiere al precetto di visitare gli infermi… Sono stato già alcune volte da P. Bagatti e – augurando una sollecita guarigione – se la volontà del Signore vorrà ancora trattenerlo lì, mi farò un dovere di visitarlo».

In una lettera del 18 aprile 1985, quando, certamente non senza il suo interessamento, il card. Pietro Palazzini e mons. Vincenzo Fagiolo ricevettero l’onorificenza israe-liana di Giusti delle Nazioni «per l’opera di soccorso da loro svolta a favore degli ebrei perseguitati dai nazifascitsti durante l’occupazione tedesca a Roma» (L’Osservatore Romano, 12 febbraio 1985), mi scrisse: «Debito di grande riconoscenza debbono gli Israeliti di Roma alla memoria di Papa Pacelli, perché – come ripetutamente affermato – più vicini alla Sua Augusta Persona, furono oggetto di speciali sollecitudini e provvidenze». Nel 1998, inviandomi un dossier di testimonianze a difesa di Pio XII, giunse a scrivermi: «La difesa della calunniata memoria dello scomparso Santo Padre costituisce ormai per me uno dei principali scopi che occupano l’ormai breve periodo di vita terrena che il Signore vorrà concedermi. I denigratori, coscienti o incoscienti, della memoria di Pio XII, non sono pochi. Chi per ignoranza di cose e fatti; chi per innati pregiudizi e chi – e questi sono i meno scusabili – per ragioni di strumentalizzazione politica. Per tutti non ci resta che ricordare la divina invocazione (Lc. XXIII,34)».

In altre lettere accenna delicatamente al tema della insufficiente conoscenza di Gesù nella società israeliana e, rilevando segni di apertura, scrive: «Possiamo dire con Pascal: “Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”!» (26. 3. 1990). Un mese dopo con la traduzione di due poesie del poeta israeliano Amir  sotto il titolo Canti del Nuovo Patto scriveva: «Tra il clamore che quotidianamente ci circonda vi sono ancora echi di anime tese alla ricerca del divino. Un esempio sono le due accluse poesie riportate dal più diffuso quotidiano ebraico del Paese. Un segno dei tempi? (Mt. 16,3)» (23. 4. 1990).

Talvolta sollevava il velo sul suo mondo interiore manifestando stati d’animo profondamente religiosi e ispirati alle Scritture. Ai testi citati aggiungo solo ciò che mi scrisse con gli auguri natalizi il 24 dicembre 2002: «In questo triste periodo in cui viviamo e gli uomini dimenticano la Parola del Signore (Zach. 4,6 – Lc. 2,14) trovo rifugio e conforto nello studio, nella meditazione e nella preghiera (Ps. 66,20)».

Il pensiero e il ricordo di questo amico sincero richiama subito alla mente l’elogio che un giorno Gesù fece del discepolo Natanaele: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità» (Gv 1,47). La sua memoria è in benedizione!

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