Attualità

Rosen: La beatificazione di Pio XII potrebbe slittare


di Manuela Borraccino |  31 ottobre 2008

Papa Pio XII.

Il Papa «sta prendendo seriamente in considerazione» la richiesta di alcuni esponenti ebrei di ritardare la beatificazione di Pio XII fino a quando non sarà aperto agli storici l'Archivio segreto vaticano, ovvero «almeno cinque o sei anni». Lo sostiene il rabbino David Rosen, presidente dell'International Jewish Committee for Interreligious Consultations che ieri ha incontrato il Papa a capo di una delegazione delle principali organizzazioni ebraiche del mondo. Secondo il rabbino l'eventuale viaggio del Papa in Terra Santa non dipende «né dalla controversia su Pio XII né dalla mancata applicazione di una parte dell'Accordo fondamentale» fra Israele e Santa Sede.


Il Papa «sta prendendo seriamente in considerazione» la richiesta di alcuni esponenti ebrei di ritardare la beatificazione di Pio XII fino a quando non sarà aperto agli storici l'Archivio segreto vaticano, ovvero «almeno cinque o sei anni». Lo sostiene il rabbino David Rosen, presidente dell'International Jewish Committee for Interreligious Consultations che ieri ha incontrato il Papa a capo di una delegazione delle principali organizzazioni ebraiche del mondo. Secondo il rabbino l'eventuale viaggio del Papa in Terra Santa non dipende «né dalla controversia su Pio XII né dalla mancata applicazione di una parte dell'Accordo fondamentale» fra Israele e Santa Sede, ma piuttosto dalla spaccatura del fronte politico palestinese. Fonti vaticane rimarcano che pesa sul viaggio un «contesto generale non particolarmente accogliente», fra stallo del processo di pace e durezza delle condizioni di vita imposte ai palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.

«Al termine dell'udienza - ha raccontato Rosen ai giornalisti - un mio collega si è spinto più in là di quanto avrei fatto io e, mentre salutava il Papa, gli ha chiesto se, per favore, può aspettare l'apertura dell'Archivio segreto vaticano e lo studio degli storici prima di procedere con la beatificazione. Il Papa ha risposto che sta seriamente prendendo in considerazione questa ipotesi». L'ex rabbino capo di Irlanda ha fatto presente che per lui «non è competenza degli ebrei dire alla Chiesa cattolica cosa deve fare». «Tuttavia - ha aggiunto - in questa nuova fase storica che si è aperta fra noi, se la Chiesa cattolica dice di voler rispettare gli ebrei è giusto che dimostri sensibilità nei nostri confronti su un tema che tocca nervi scoperti come questo e che è molto più ampio di Pio XII». Rosen si è detto soddisfatto dell'incontro perché a parer suo è in questa chiave che va letto il discorso del Papa sul «dovere del dialogo sincero fra culture e religioni, condotto nell'accettazione e rispetto reciproco».

La delegazione ha anche visitato l'Archivio segreto vaticano. "Abbiamo avuto - ha raccontato - una conversazione ampia con il prefetto, mons. Sergio Pagano, che ci ha spiegato in modo approfondito l'enorme mole di lavoro da fare per la catalogazione di tutto questo materiale: ci vorranno almeno cinque anni. Ci ha colpito la franchezza del colloquio e l'assicurazione che si tratta solo di tempi tecnici anche se, certo, c'è disappunto per il fatto che si dovrà aspettare così tanto tempo».

Rosen, che fu tra i negoziatori israeliani che trattarono l'allacciamento delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede nel 1993, ha ricevuto rassicurazioni dal Vaticano sul fatto che «il viaggio del Papa in Terra Santa non è affatto legato» alla richiesta alle autorità del Museo Yad Vashem di cambiare il pannello ritenuto offensivo su Pio XII. A parer suo non ha nulla a che vedere neanche con «le divergenti interpretazioni dell'Accordo fondamentale che in questi anni hanno causato la mancata applicazione di una parte di esso»: un esito dovuto al fatto che «certe decisioni dipendono dai ministri della Giustizia e delle Finanze, e solo il primo ministro può dire loro cosa devono fare». Secondo Rosen le difficoltà del viaggio deriverebbero soprattutto «dal fatto che la maggior parte dei fedeli cattolici sono palestinesi e il Papa non può non incontrare anche i loro leader politici. Solo che la società palestinese in questo momento non è guidata unicamente da Abu Mazen... Se il Papa incontra esponenti di Hamas succederà l'inferno; se non li incontra creerà problemi ai cattolici...».

Fonti vaticane fanno presente che «al di là della singola valutazione su questo o quell'elemento» e delle dichiarazioni «sul fatto che il Papa debba o non debba andare», per un viaggio di Benedetto XVI c'è bisogno di «un ambiente accogliente». E non sembrano creare un clima particolarmente propizio né il peggioramento delle condizioni di vita in Cisgiordania e a Gaza - nonostante le promesse di Annapolis - né l'incertezza su quello che può accadere con la scadenza a gennaio del mandato di Mahmoud Abbas, mentre sempre più apertamente si paventa il rischio dello scoppio di una guerra civile.

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