Attualità

Trump allarma il mondo su Gerusalemme


 Terrasanta.net |  6 dicembre 2017

Panorama della città vecchia di Gerusalemme e dei quartieri orientali. (foto Shutterstock.com)

Torna rovente la questione di Gerusalemme in vista di decisioni imminenti annunciate dal presidente Usa Donald Trump. Le preoccupate reazioni internazionali e l'appello di papa Francesco.


(g.s.) - In questi ultimi giorni la questione di Gerusalemme è tornata rovente e suscita allarme nei governi di mezzo mondo.

Lunedì scorso, 4 dicembre, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha firmato la proroga al blocco del trasferimento dell’ambasciata degli Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e il giorno dopo ha avuto una serie di telefonate con vari capi di Stato e di governo mediorientali per informarli circa le sue intenzioni. Di certo Trump ha parlato con il presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen), con il re di Giordania Abdallah II, con il sovrano saudita Salman e con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

I primi due, alquanto allarmati per le possibili conseguenze della decisione statunitense, hanno reso note le loro reazioni alla stampa dando il via a una strategia di contenimento. Abu Mazen ha subito telefonato a papa Francesco per informarlo e sollecitare un suo intervento. Il Pontefice non si è fatto pregare e questa mattina, al termine dell’udienza generale del mercoledì nell’Aula Paolo VI in Vaticano si è espresso pubblicamente con questo appello: «Il mio pensiero va ora a Gerusalemme. Al riguardo, non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite. Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti».

Reazioni preoccupate per la pace nella regione sono state espresse da molte altre fonti, nell’intento di indurre Trump a un estremo ripensamento. La posizione ufficiale del capo della Casa Bianca dovrebbe essere resa nota oggi, 6 dicembre, con un discorso pubblico previsto per le 13.00 (ora di Washington). Ieri i media attribuivano al presidente la volontà di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme (come chiede una legge approvata dal Congresso americano nel 1995 e fin qui rimasta inapplicata per le ripetute sospensive disposte dai predecessori di Trump), oggi invece dicono che la sede diplomatica per ora resta dov’è, ma in compenso gli Usa riconosceranno ufficialmente Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, discostandosi da quella che è la linea delle Nazioni Unite e di tutti gli altri governi del Pianeta.

Mahmud Abbas ha messo in guardia Trump dalle ripercussioni di un simile passo, che rappresenterebbe una grossa minaccia per la pace in tutta la regione e un ostacolo a qualsiasi passo avanti verso un accordo tra israeliani e palestinesi, dal momento che i secondi – e con loro tutti i musulmani – non rinunciano alla prospettiva di stabilire almeno nei quartieri orientali della città la capitale dell’agognato Stato di Palestina.

Sulla stessa linea si è attestato anche il re di Giordania, che ha definito l’eventuale trasferimento dell’ambasciata come una provocazione, sia per i musulmani sia per i cristiani.

Da Riyadh anche re Salman dell’Arabia Saudita ha osservato che ogni decisione che alteri lo status di Gerusalemme non può essere presa prima e al di fuori di un accordo tra israeliani e palestinesi.

Da Ankara, il portavoce del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato che se gli Stati Uniti riconoscessero Gerusalemme come capitale di Israele commetterebbero un grave errore.

Dure reazioni anche dall’Iran. L’ayatollah Ali Khamenei dice che è per «disperazione e debolezza che vogliono dichiarare Al Quds (il toponimo musulmano per Gerusalemme - ndr) capitale del regime sionista» e profetizza che «la Palestina un giorno sarà libera e otterrà la vittoria».

Da Mosca il Cremlino si associa alla preoccupazione di molti, ma attende che la decisione di Trump sia resa nota prima di entrare nel merito.

La posizione dell’Unione Europea, che rispecchia quella di molte cancellerie degli Stati membri, è stata espressa ieri dall’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, che ha incontrato a Bruxelles il responsabile della politica estera statunitense Rex Tillerson. «L’Unione Europea – ha detto Mogherini – appoggia la ripresa di un significativo processo di pace che vada verso la soluzione dei due Stati. Siamo convinti che ogni azione che indebolisca questi sforzi sia assolutamente da evitare. Occorre trovare un modo, attraverso i negoziati, per risolvere la questione dello status di Gerusalemme come futura capitale di entrambi gli Stati».

Altre istituzioni cristiane hanno aggiunto la loro voce a quella del Papa. Il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), da Ginevra ha diffuso una dichiarazione nella quale ribadisce che il Cec «riconosce Gerusalemme come una città di tre fedi e due popoli. Riconosciamo anche il significato centrale e la delicatezza sotto il profilo politico, sociale e religioso dello status di Gerusalemme nel quadro di una pace definitiva e sostenibile tra israeliani e palestinesi». Il Cec ritiene che l’annunciata decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele segni una rottura con il consensus internazionale e con la consolidata linea politica americana degli ultimi settant’anni in base alla quale lo status di Gerusalemme è ancora da definire. Un simile passo, osserva Tveit «ostacola una soluzione negoziata di questa difficilissima questione nell’ambito di un accordo di pace finale che dev’essere raggiunto dagli stessi israeliani e palestinesi».

I vertici della Federazione luterana mondiale (a cui aderiscono 145 Chiese luterane di tutto il mondo) hanno inviato una lettera al presidente Trump con la richiesta urgente di ripensarci. L’arcivescovo Panti Filibus Musa e il reverendo Martin Junge - rispettivamente presidente e segretario della Federazione - si dicono profondamente sconcertati e allarmati per una decisione unilaterale che contrasta con una possibile pace israelo-palestinese e potrebbe scatenare violenze in tutto il Medio Oriente e nel resto del mondo.

Un’altra lettera indirizzata all’inquilino della Casa Bianca è partita quest’oggi da Gerusalemme e reca in calce le firme dei capi delle tredici Chiese e comunità cristiane della Terra Santa. Nel cuore della missiva gli ecclesiastici scrivono: «Signor Presidente, abbiamo seguito con preoccupazione le notizie circa un possibile cambiamento nel modo in cui gli Stati Uniti considerano, e si rapportano con, lo status di Gerusalemme. Siamo sicuri che simili passi aumenteranno l’odio, il conflitto, la violenza e le sofferenze a Gerusalemme e in Terra Santa, allontanandoci ancora di più dall’obbiettivo dell’unità e facendosi profondare ancora di più in una divisione distruttiva. Chiediamo a Lei, Signor Presidente, di aiutare tutti noi a camminare verso un amore più grande e una pace definitiva, che non può essere raggiunta senza che Gerusalemme sia di tutti». L’appello dei capi delle Chiese è che «gli Stati Uniti continuino a riconoscere il presente status internazionale di Gerusalemme. Qualunque mutamento improvviso causerebbe un danno irreparabile».

Il movimento palestinese Hamas considera Gerusalemme una linea rossa invalicabile e chiama i giovani palestinesi e la resistenza a mobilitarsi per «proteggere la nostra terra e i nostri luoghi santi». Il pericolo che le proteste degli arabi dilaghino violente è reale e se il governo israeliano per ora mantiene un basso profilo in attesa del discorso di Trump, le forze armate dello Stato ebraico sono già in massima allerta.

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Per approfondire:

- Gerusalemme santa e contesa, di Paolo Pieraccini, dal numero di maggio-giugno 2014 del bimestrale Terrasanta

- la lettera a Donald Trump dei capi delle Chiese di Terra Santa (in inglese, formato pdf)


 aggiornato alle 15.19 del 06.12.2017

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