Attualità

«Non dimentichiamo Quezón!»


 Terrasanta.net |  13 febbraio 2017

Padre David Neuhaus, gesuita israeliano e vicario patriarcale latino per i cattolici di espressione ebraica. (foto Hadas Parush/Flash 90)

L'israeliano padre David Neuhaus scrive al ministro dell'Interno Deri in difesa di 14 adolescenti d'origine filippina in procinto d'essere espulsi. E gli ricorda il debito di gratitudine degli ebrei verso le Filippine.


(g.s.) - «Per rispetto della nostra storia non possiamo espellere questi 14 ragazzi e i loro familiari». È questo, in sintesi, l’ammonimento che il gesuita padre David Neuhaus indirizza al ministro dell’Interno israeliano Aryeh Machluf Deri con una lettera aperta pubblicata sull’edizione in ebraico del quotidiano Haaretz il 9 febbraio scorso e ora rilanciata, in altre lingue, dal sito istituzionale del patriarcato latino di Gerusalemme.

I 14 adolescenti di cui Neuhaus prende le parti sono nati in Israele da genitori filippini che da anni sono sul territorio dello Stato ebraico come lavoratori stranieri, in gran parte a servizio presso le famiglie come badanti o collaboratori domestici (per lo più di sesso femminile). I ragazzi sono cresciuti qui, parlano ebraico come i loro compagni di scuola e si considerano parte integrante della società israeliana. Ma le autorità rifiutano di riconoscere loro il diritto di residenza permanente e si apprestano a spedirli nelle Filippine, la patria dei genitori.

Padre Neuhaus – nella sua veste di vicario dei cattolici di espressione ebraica e di responsabile diocesano della pastorale dei migranti, ma anche di cittadino israeliano di ascendenze ebraiche – è sensibile alla loro sorte e ne prende le difese evocando un fatto storico del secolo scorso. Quando in Europa infuriava la persecuzione nazi-fascista e gli ebrei venivano spogliati dei beni, del lavoro, del diritto allo studio, della cittadinanza e infine della vita stessa nei campi di sterminio, il presidente (cattolico) delle Filippine,  Manuel Luís Quezón, offrì agli ebrei europei in fuga il suo Paese come rifugio sicuro: in tutto vennero accolte 1.302 persone, anche se le intenzioni del politico filippino era di assisterne molte altre.

La vicenda è narrata nel documentario, in lingua inglese, An Open Door (Una porta aperta), realizzato alcuni anni fa dal regista Noel Izon, egli stesso d’origini filippine. È da quel film che Neuhaus ha scoperto, poche settimane orsono, la storia dei profughi ebrei grati al presidente Quezón. Ecco perché sente di consigliarne la visione anche al ministro Deri, al quale scrive: «Uomini e donne anziani, spesso commossi fino alle lacrime, parlano di quegli anni, quando ancora bambini, vivevano in un rifugio sicuro e lontano dall’inferno dell’Europa in guerra. Un anziano ebreo dice: “Non solo io conservo il mio passaporto filippino, ma ho insistito a che anche i miei figli rinnovino i loro passaporti filippini: questa terra non è stata la mia terra madre, ma la mia terra adottiva”».

La lettera aperta al politico israeliano prosegue: «Lei ha deciso che per questi 14 ragazzi non c’è posto nello Stato di Israele. Questi giovani sono tutti nati qui, parlano quasi solo l’ebraico, vedono questo Paese come la loro casa e hanno un sogno: costruire le loro case qui, contribuire allo sviluppo e alla prosperità del nostro Paese. Aggiungo: sono tutti filippini. La generazione dei loro nonni ha aperto le porte delle Filippine agli ebrei, in modo da salvarli dall’Olocausto. I loro genitori sono venuti qui per prendersi cura dei nostri anziani, disabili e malati e lo fanno ogni giorno con dedizione e amore. (…) Sono sicuro che ricordando il passato, siamo in grado di aprire il nostro cuore e la nostra mente per capire che deportare questi bambini, o qualsiasi bambino dei lavoratori migranti filippini, ci fa incorrere in un atto crudele e disumano che tradisce una memoria di gentilezza e generosità».

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Clicca qui per visionare un breve estratto, pubblicato in YouTube, del documentario An Open Door.

Clicca qui per un articolo sulla presenza dei lavoratori stranieri nella comunità cristiana in Israele.

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