Letture

Storia e riflessioni di un ebreo laico


 Terrasanta.net |  28 aprile 2017

Il racconto autobiografico di Bruno Segre, ebreo italiano autonomo nei giudizi. Una lettura capace di tenere viva l’attenzione sia che guardi all'Italia della prima metà del Novecento sia che ragioni di sionismo.


«A noi ebrei di origine piemontese, i Savoia hanno dato la cittadinanza nel 1848 e ce l’hanno tolta nel 1938 con le leggi razziali». È solo uno dei passaggi frizzanti di questo libro-intervista in cui Bruno Segre, incalzato dalle domande dello storico Alberto Saibene, racconta la storia sua e della sua «famiglia medio-borghese, cosmopolita e antifascista», come lui stesso la definisce.

Ormai più vicino ai novanta che agli ottant’anni, Segre rilegge con vivacità la propria biografia di ebreo non avvezzo a dogmatismi e autonomo nei giudizi. Per dare un’idea della tempra laica dell’uomo basterebbe leggere un brano come questo: «Molto spesso gli “altri”, i non ebrei che ci guardano da fuori, pensano che noi ebrei siamo una sorta di monolito tenuto assieme da un’antica religione. E invece non siamo un monolito (forse non lo siamo mai stati). Anche se siamo pochi, siamo plurali. Plurali nelle idee, nelle abitudini, nei riti, nei modi di contemplare la modernità con la tradizione. (…) Ciò che la mia laicità mi porta ad avversare è il dogmatismo prevaricatore, qualsiasi matrice esso abbia e chiunque lo brandisca. Coloro che professano sinceramente una fede non sono di necessità portati a violare la libera espressione del pensiero altrui, mentre anche un ateo che si atteggi a chierico dell’ateismo esprime dogmatismo e diventa prevaricatore» (p. 93).

Quando riflette sul plurisecolare antisemitismo, che alligna anche tra i cristiani, Segre si dice convinto che il cammino per superarlo resti lungo e che i mutamenti di prospettiva introdotti dal concilio Vaticano II siano ancora troppo recenti. «Detto ciò – osserva – voglio raccontare che cosa penso di avere capito attraverso la mia personale esperienza di ebreo che pratica, ormai da molto tempo, il dialogo con il “popolo cattolico”. A partire dagli anni Novanta ho accettato decine di inviti da scuole, circoli culturali, comuni, sezioni di partiti politici, parrocchie, persino seminari vescovili, per partecipare a incontri e dibattiti su temi che variavano dal conflitto israelo-palestinese al sistema educativo di Nevé Shalom, dalle leggi razziali del ’38 alla Shoah, dai dieci comandamenti del Sinai alla storia degli ebrei in Italia. Per decine di volte, quindi, mi sono ritrovato davanti a platee di cattolici, a fare i conti da solo con le loro convinzioni, a confrontarmi con le loro curiosità, le loro domande, i loro pregiudizi e le loro diffidenze, armato soltanto della mia nuda faccia, del mio bagaglio di cultura e di vita vissuta, portando con me alcune certezze, molte lacune e infiniti dubbi. Sapevo a priori che, a seconda dei casi, il mio discorso avrebbe potuto o non potuto fare breccia nell’animo degli ascoltatori ma che, in ogni caso, ciò che stavo per dire si sarebbe scontrato con le ancestrali difese di un pubblico pregiudizialmente antigiudaico. (…) Da questa personale esperienza di dialogo penso in ogni caso di avere capito quali e quanto ingombranti siano i problemi che incontra una qualsiasi maggioranza quando le accade di confrontarsi con una minoranza non perfettamente assimilabile e con le sue specificità culturali, linguistiche, religiose, di costume».

Il libro è una lettura piacevole, capace di tenere viva l’attenzione sia quando guarda alle vicende italiane della prima metà del Novecento sia quando analizza il sionismo, in buona misura tradito secondo Segre, dell’Israele dei nostri giorni.

«Non appartengo – confessa il protagonista di queste pagine – alla schiera di coloro che pensano che Israele sia al centro del mondo. A mio parere, Israele non è neppure al centro del mondo ebraico. La vita e la cultura di noi ebrei sono e saranno sempre plurali. E tuttavia, a dispetto della chiusura culturale, della deriva fascistoide e dell’arrogante grettezza etica di chi governa oggi Israele, sono ancora convinto della validità storica del progetto sionista, e continuo a credere che esso meriti d’essere portato a compimento. Il fatto è che, perché il progetto si realizzi, occorre che, in quella terra martoriata, accanto al libero Stato degli ebrei nasca e sia messo in condizione di vivere decentemente anche un libero Stato dei palestinesi. Senza la creazione di questo secondo Stato, il progetto sionista e lo stesso Stato d’Israele sono destinati al fallimento». (g.s.)

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