Kushari

El-Sisi chiede una nuova legge sul divorzio


di Elisa Ferrero |  30 gennaio 2017

Allarmato dall'alto numero di divorzi il presidente Abdel Fattah el-Sisi propone una nuova legge, più restrittiva, in materia. L'idea suscita un vespaio tra le autorità religiose musulmane.


Il sesto anniversario della rivoluzione egiziana è trascorso senza sussulti degni di nota. A movimentarlo un po’ ci ha pensato il presidente Abdel Fattah el-Sisi, con il tradizionale discorso per la Festa della polizia. Di fronte a una platea di autorità, ha espresso forte preoccupazione per l’aumento del numero di divorzi in Egitto. Secondo i dati dell’Agenzia centrale per la mobilitazione pubblica e le statistiche (questa la denominazione dell’ufficio centrale di statistica egiziano), citati dal presidente, nel Paese si registrebbero circa 900 mila nozze all’anno, ma la percentuale di divorzi, dopo cinque anni di matrimonio, sarebbe salita al 40 per cento. Un valore troppo alto per el-Sisi, preoccupato per la coesione del tessuto sociale. Si è perciò domandato, rivolgendo esplicita richiesta al Parlamento, se non sia il caso di introdurre una nuova legge che obblighi i coniugi a divorziare davanti a un ma’dhoun, un notaio pubblico, che certifichi l’atto. Questo per costringere gli uomini a divorziare con meno leggerezza e, magari, aumentare le probabilità di riconciliazione.

In Egitto, le questioni che riguardano lo statuto personale, come il matrimonio e il divorzio, sono regolate dal diritto islamico per i musulmani e da quello proprio di ogni Chiesa per i cristiani. Nel caso islamico, il divorzio è privilegio dell’uomo, il quale può metterlo in atto verbalmente, pronunciando una semplice frase, ripetuta tre volte (anche per la donna è possibile una forma di divorzio, detta khul`, con la quale può riacquistare la sua libertà, restituendo il mahr, la dote che il marito versa al momento del contratto di nozze).

La richiesta di el-Sisi ha colto in contropiede il Grande Imam di al-Azhar Ahmed al-Tayyeb, presente al discorso. Si è intuito che i due ne discutono da tempo e, probabilmente, non sono su posizioni concordi.

Infatti, il giorno seguente si è scatenato fra le autorità religiose un dibattito che ha messo in luce i tanti aspetti complessi della questione. Ahmad Karima, professore di sharia e diritto comparato dell’Università di al-Azhar, ha affermato senza mezze misure, intervenendo per telefono alla trasmissione Sa`a min Misr del canale al-Ghad, che l’unico divorzio ammesso dalla sharia è quello verbale. Il ricorso al ma’dhoun è solo un atto secondario che serve a tutelare i diritti dei coniugi già divorziati. Anche il mufti della Repubblica, Shawki Allam, non si è mostrato troppo favorevole alla novità proposta da el-Sisi, ma ha articolato meglio il suo pensiero. Ha specificato che, in realtà, la legge egiziana già prevede la certificazione del divorzio presso un giudice, ma quest’ultimo non fa altro che ratificare un atto già avvenuto. Sono le autorità religiose che, prima di giungere dal giudice, si incaricano di verificare che il divorzio verbale sia valido ed esista l’impossibilità di una riconciliazione. Il mufti ha altresì dichiarato che la Dar al’Ifta’, l’istituto autorizzato a promulgare fatawa (pl. di fatwa, parere giuridico-dottrinale, non vincolante, formulato da giurisperiti competenti), si impegna al massimo per limitare i divorzi: delle circa 3.200 domande che la Dar al-Ifta’ riceve ogni mese su casi di divorzio, solo qualcuna si traduce nella convalida della separazione dei coniugi.

Ma proprio questo caos di fatawa, secondo Saad al-Din al-Helali, altro professore di diritto comparato ad al-Azhar, è il vero problema. In un’intervista rilasciata alla Cnn Arabic, ha spiegato che il divorzio verbale è all’origine di questo caos. Spesso, infatti, i coniugi non sono sicuri se una certa frase, pronunciata dal marito, possa essere interpretata come pronunciamento di divorzio o meno, o se la situazione (ricatto, minacce, ecc.) e la condizione mentale (collera, malattia, ecc.) in cui è stata pronunciata rendano valido il divorzio. Oppure, i coniugi si chiedono se certi loro comportamenti durante il periodo della ‘idda (il tempo di tre cicli mestruali, durante il quale il marito può ancora cancellare il divorzio, prima che questo diventi effettivo) siano da interpretarsi come un annullamento del divorzio. Se, per esempio, il marito bacia la moglie, durante questo periodo, il divorzio è annullato? Il risultato sono centinaia di domande alla Dar al-Ifta’ e centinaia di vite sospese, soprattutto di donne, alle labbra di un mufti e all’ambiguità del comportamento umano. La legge che propone el-Sisi, allora, sarebbe positiva secondo al-Helali. Del resto, la legge che richiede la certificazione legale del matrimonio è stata introdotta nel 1931 per analoghi motivi.

Altri sostenitori della legge ritengono che servirà anche a ridurre l’arbitrarietà del divorzio da parte maschile e rafforzare i diritti delle donne. Non la pensa così, tuttavia, il ministro degli Affari religiosi, Sabri Ebada, che ha chiuso la questione affermando che una tale legge contrasterebbe con Corano, sunna e consenso dei dotti islamici tutti insieme. All’altro estremo, ci sono alcuni oppositori “laici” di el-Sisi che si oppongono alla legge, perché la intendono come una svolta conservatrice mirata a ridurre la libertà di divorziare (solo dell’uomo, però!). Intanto, la Commissione parlamentare per la religione si è già messa al lavoro, accogliendo la richiesta di el-Sisi. Non resta che aspettare ulteriori sviluppi.

 


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