Kushari

Il Grande imam di al-Azhar: Tutti i cittadini sono uguali


di Elisa Ferrero |  16 gennaio 2017

Nel suo intervento settimanale alla tivù egiziana, il 13 gennaio, Ahmed al-Tayyeb ha discusso il concetto di dhimma, la tutela che uno Stato islamico è tenuto a garantire ai non musulmani. Il tema, dice, è ormai anacronistico.


Ahmed al-Tayyeb, Grande imam di al-Azhar, ha compiuto un piccolo passo significativo sulla via del rinnovamento del discorso religioso. Nel suo intervento settimanale alla tivù egiziana, il 13 gennaio, ha ampiamente discusso il concetto di dhimma, la tutela che un qualsiasi Stato islamico è tenuto a garantire ai non musulmani che vivono al suo interno. Al-Tayyeb ha spiegato che, quando l’Islam si è diffuso al di fuori della Penisola arabica, si è trovato a governare molte minoranze (e maggioranze) non musulmane. Non potendo l’Islam costringere nessuno alla conversione, i vari tipi di governo sorti in seguito alla sua espansione hanno dovuto pensare a una forma di patto particolare con i loro sudditi non musulmani, una forma che tutelasse i loro diritti alla pari di quelli dei musulmani e imponesse eguali doveri. Questa forma è, appunto, la dhimma che – secondo le parole di al-Tayyeb – significa che l’Islam si assume «la custodia e la responsabilità» dei non musulmani, in cambio del pagamento di una tassa (la jizya), così come i musulmani pagano la zakat. La jizya, tuttavia, al contrario di quanto succede ai musulmani che pagano la zakat, esonera i non musulmani dalla difesa dello Stato.

L’argomento è quanto mai attuale, considerando che il sedicente Stato Islamico in Iraq e Siria ha riesumato la jizya e la sta imponendo in maniera umiliante e brutale. Anche molti gruppi islamici fondamentalisti vorrebbero la reintroduzione della dhimma per le minoranze cristiane in Medio Oriente. Al-Tayyeb, però, su questo punto ha parlato estremamente chiaro. La dhimma – ha spiegato – è un concetto che appartiene a un preciso contesto storico che ora non esiste più, perché le forme di governo entro le quali era applicata (e per le quali era stata concepita) sono oggi sostituite dagli Stati moderni e dal concetto di cittadinanza. Sebbene la dhimma sia stata, all’epoca in cui è stata concepita, un grande progresso rispetto a quanto succedeva in altre civiltà, come quella romana, nelle quali le persone erano discriminate se non seguivano la «religione di Stato», applicarla oggi, in un contesto profondamente mutato, è – secondo al-Tayyeb – una «forma di ingiustizia e una mancanza di scientificità nel ragionamento».

Dunque, secondo al-Tayyeb, i cristiani in Egitto non sono e non possono essere dhimmi, e nemmeno minoranze: neanche quest’ultimo termine soddisfa il Grande imam che lo ritiene carico di connotati negativi. I cristiani sono cittadini e non esiste giustificazione alcuna per un ritorno anacronistico all’imposizione della jizya. La cittadinanza è l’unica garanzia di uguaglianza e di stabilità per le società di oggi (come da tempo sostengono anche i leader religiosi cristiani nei vari contesti mediorientali - ndr). Un’idea che la rivoluzione del 2011 ha urlato a squarciagola in tutte le piazze.

 


Perché "Kushari"

Il kushari è un piatto squisitamente egiziano. Mescolando ingredienti apparentemente inconciliabili fra loro, in un amalgama improbabile fatto di pasta, riso, lenticchie, hummus, pomodoro, aglio, cipolla e spezie, pare sfuggire a qualsiasi logica culinaria. Eppure, se cucinati da mani esperte, gli ingredienti si fondono armoniosamente in una pietanza deliziosa dal sapore unico nel mondo arabo. Quale miglior metafora per l'Egitto di oggi? Un Egitto in rivoluzione che tenta di fondere mille anime, antiche e recenti, in una nuova identità, che alcuni vorrebbero monolitica e altri multicolore. Mille anime che potrebbero idealmente unirsi, come gli ingredienti del kushari, per dar vita a un sapore unico e squisito, o che potrebbero annientarsi fra acute discordanze. Un Egitto in cammino che è impossibile cogliere da una sola angolatura. È questo l'Egitto che si tenterà di raccontare in questo blog.

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