La Porta di Jaffa

Il governo di Israele e l'Isis


di Giorgio Bernardelli |  12 gennaio 2017

Reca davvero la firma dell'Isis l'attentato dell'8 gennaio scorso a Gerusalemme costato la vita a quattro militari israeliani? Non è del tutto detto. E comunque una questione si pone: Israele avversa veramente lo Stato islamico?


C'era davvero l'Isis dietro l'attentato di domenica 8 gennaio 2017 a Gerusalemme costato la vita a quattro giovani militari israeliani travolti da un camion? Nonostante la tempestività con cui il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Avigdor Lieberman hanno parlato dell'evidenza degli indizi che ricondurrebbero Fadi al-Qunbar - il palestinese autore dell'eccidio - alla propaganda del sedicente Stato islamico, sui media israeliani in questi giorni si parla sorprendentemente poco di questo tema. Perché un conto è dire che il terrorismo che colpisce Gerusalemme non è diverso da quello di Nizza e Berlino; un altro è indicare anche una matrice ben precisa come quella dello Stato islamico.

Lo sottolinea con chiarezza Akiva Eldar in un articolo pubblicato su al Monitor. Articolo in cui lui - peraltro - sostiene si tratti solo di un tentativo politico di Netanyahu e Lieberman di separare la strage dalla realtà del conflitto con i palestinesi. Un modo per dire che essere cresciuto a Jabel Mukabber - villaggio palestinese inglobato dentro i confini della grande Gerusalemme e stravolto dalla costruzione dell'insediamento ebraico di Nof Zion - non c'entri nulla con la radicalizzazione di Fadi al-Qunbar.

Ammettiamo, però, che Akiva Eldar abbia torto e che davvero l'attentato di domenica scorsa a Gerusalemme sia un’azione da ricollegare direttamente alle altre ispirate dall'Isis nelle città occidentali o a Istanbul. Dunque che Fadi al-Qunbar sia un palestinese morto in un attentato suicida in nome non più tanto della Palestina, ma dell'adesione al califfato. E che oggi in Israele e nei Territori palestinesi ci siano anche altri miliziani come lui pericolosamente intenzionati a imitarlo. Che cosa comporterebbe questo per Israele? Quali scelte per il suo governo nella lotta agli uomini dalle bandiere nere?

Per il momento gli unici provvedimenti di cui si parla riguardano la lotta alla radicalizzazione dei singoli. Ma questo svicola la domanda vera: qual è la posizione di Israele sulla lotta all’Isis inteso come realtà organizzata?

Lasciamo perdere tutta la letteratura complottista - facilmente reperibile sul web - su presunti legami tra Israele e la nascita dell’Isis: definirla una banalizzazione è dire poco… Però è un dato di fatto che rispetto alla guerra in Siria in questi anni il governo Netanyahu abbia agito seguendo un’unica preoccupazione: contenere l’Iran e nella fattispecie il suo alleato libanese Hezbollah. Questo anche a costo di flirtare con la galassia dei gruppi dell’opposizione a Bashar al Assad (i drusi israeliani - che combattono nell’esercito con la stella di Davide - andarono su tutte le furie quando si scoprì che negli ospedali in Israele venivano curati alcuni miliziani jihadisti feriti appartenenti a quelle stesse formazioni che al di là del confine vessavano i drusi siriani).

Va aggiunto, poi, che c’è stato anche chi si è spinto pure decisamente più in là: non più di sei mesi fa Efraim Inbar, direttore del Centro di studi strategici Begin-Sadat - un ente d’orientamento politico non lontano da quello dell’attuale governo israeliano - ha pubblicato un articolo dall’eloquente titolo «La distruzione dell’Isis è un errore strategico», rilanciato da siti internet come Arutz Sheva e lo stesso Jerusalem Post. La tesi centrale era: un Isis indebolito ma non smantellato può tornare utile a Israele e all’Occidente per una lotta intestina all’interno del radicalismo musulmano. «Il disgusto dell’Occidente per la brutalità e l’immoralità dello Stato islamico non deve annebbiare la visione strategica - scriveva Inbar -. Quelli dello Stato islamico sono farabutti, ma i loro oppositori non sono meglio. E consentire ai farabutti di uccidere altri farabutti può suonare un po’ cinico, ma è utile e anche morale se mantiene i farabutti impegnati e meno in grado di colpire i buoni».

La domanda seria allora è: che ne pensa oggi Netanyahu di queste tesi che il professor Inbar ha messo nero su bianco, ma almeno fino a ieri erano il pensiero dominante in tutto l’establishment israeliano? Anche perché la lotta alla radicalizzazione dei singoli non costa nulla. Ma l’Isis per Israele è davvero solo in termini di «lupi solitari»? Può Israele continuare a far finta di non sapere che sul proprio fronte sud - nel deserto del Sinai - lo Stato islamico continua a crescere attraverso il Wilayat Sinai, la formazione jihadista che già da più di due anni ha giurato fedeltà al califfato? Finora con Israele si sono ignorati a vicenda: i jihadisti si sono concentrati sugli attacchi all’esercito egiziano, l’intelligence israeliana si è preoccupata solo di blindare la frontiera. Ma un Egitto destabilizzato dagli attentati di formazioni legate al califfato non è una minaccia strategica anche per Israele?

Oggi sul Jerusalem Post è comparsa l’anticipazione di un’intervista a Lieberman in cui sembrerebbe trasparire qualche riposizionamento in arrivo su questo argomento. Il ministro della Difesa israeliano auspica che con il neopresidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si possa arrivare a un’alleanza anti Isis con i Paesi arabi moderati (sottinteso: sunniti) che comprenda anche Israele. Dietro a questa battuta c’è tutta la lunga serie di segnali di fumo scambiati in questi anni da Israele con i Paesi del Golfo, a partire dall’idea che il nemico del mio nemico (l’Iran) è mio amico. Ma restiamo sempre nel campo della fanta-geopolitica. Mentre l’Isis è un dato di fatto alle porte di Israele.

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Leggi qui l'articolo del professor Efraim Inbar 

Leggi qui un articolo del Telegraph su Wilayat Sinai

Leggi qui un articolo recentissimo di Debka sulla crescita del Wilayat Sinai

Leggi qui l’anticipazione dell’intervista di Lieberman al Jerusalem Post

Leggi qui l'articolo di Akiva Eldar su Al Monitor

 


 

Perché "La Porta di Jaffa"

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