Babylon

L'Algeria volta pagina?


di Fulvio Scaglione |  4 aprile 2019

In che mani finirà l'Algeria, ora che il presidente Abdelaziz Bouteflika s'è rassegnato a dimettersi dopo vent'anni al potere? Pare certo che il militari, vero potere forte, manterranno le posizioni.


Abdelaziz Bouteflika, 82 anni d’età e 20 di permanenza al potere (con gli ultimi 6 trascorsi su una sedia a rotelle dopo l’ictus che lo aveva colpito nel 2013) si è dimesso, e l’Algeria può così cominciare un difficile cammino di rinnovamento rispetto alla classe politica emersa dal periodo post-coloniale degli anni Sessanta. Una transizione, ma verso dove? Verso chi? Le cronache di queste settimane hanno molto esaltato, giustamente, i milioni di manifestanti scesi in piazza, gli appelli alla democrazia, i proclami per una modernizzazione del Paese in cui gli idrocarburi contano per il 95 per cento delle esportazioni e per il 60 per cento degli introiti dello Stato. Ma la parola decisiva, spiace doverlo ammettere, l’hanno detta i militari, in particolare il generale Ahmed Gaid Salah, il capo dell’esercito che, dopo averlo a lungo sostenuto, ha staccato la spina al vecchio compare (e quasi coetaneo) Boutef.

In Algeria, insomma, si è replicato pari pari quanto è successo qualche anno fa in Egitto. Qui i militari hanno rifiutato di intervenire contro la folla che protestava, in Egitto successe altrettanto quando i militari rifiutarono di intervenire contro le manifestazioni di piazza Tahrir. In Egitto furono i militari a consentire la caduta di Hosni Mubarak nel 2011 e poi a orchestrare quella del presidente Mohammed Morsi nel 2013. In Algeria, come detto, è stato l’esercito a decidere. Sia in Egitto sia in Algeria sono i militari i veri padroni dello Stato. Possono permettersi un rivolgimento dei vertici politici perché sanno che il loro potere rimarrà comunque intatto. Anche per l’Algeria, infatti, i dati parlano chiaro. Nel 2017 il Paese era al 109° posto al mondo per Prodotto interno lordo pro capite (15.230 dollari) ma era al 5° posto nel mondo per spese militari in rapporto alla ricchezza nazionale: 5,81 per cento del Prodotto interno lordo.

Sia per l’Egitto sia per l’Algeria questo fenomeno si spiega con la compattezza della società. Gli algerini sono arabi-berberi al 99 per cento e musulmani sunniti al 99 per cento. In altri Paesi, per esempio in Siria, Libia, Iraq e Bahrein, la società è molto più composita tanto dal punto di vista etnico quanto dal punto di vista religioso. Una frammentazione che si riflette nelle forze armate che, in caso di protesta di massa o di rivolta rispetto al potere rappresentato da un’etnia o una fazione, possono essere, almeno in alcune loro parti, più inclini a intervenire con la forza contro quelli che, ai loro occhi, rappresentano non solo un rischio politico ma anche uno sfidante etnico-religioso.

Certo, se si pensa agli ultimi anni e a quanto è successo in Medio Oriente e Africa del Nord dopo le Primavere arabe del 2011, si può anche sposare questa tesi. I sommovimenti in Egitto e in Algeria sono stati meno sanguinosi di quelli in Siria, Libia, Bahrein. Sarebbe però un errore fare di questa constatazione un principio assoluto. Intanto perché l’Algeria, negli anni Novanta, ha conosciuto una sanguinosissima repressione, condotta proprio dalle Forze armate, dopo la vittoria elettorale (regolare e democratica) del Fronte di salvezza islamico nelle elezioni del 1991. E si parla di 150 mila morti civili. In secondo luogo, siamo proprio sicuri che lo strapotere dei militari sia così benefico? Siamo certi che Egitto e Algeria, se nei decenni fossero riusciti a far stare le forze armate al loro posto, oggi sarebbero in condizioni peggiori di quelle in cui sono?

 


 

Perché Babylon

Babilonia è stata allo stesso tempo una delle più grandi capitali dell'antichità e, con le mura che ispirarono il racconto biblico della Torre di Babele, anche il simbolo del caos e del declino. Una straordinaria metafora del Medio Oriente di ieri e di oggi, in perenne oscillazione tra grandezza e caos, tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e declino. Proveremo, qui, a raccontare questa complessità e a trovare, nel mare degli eventi, qualche traccia di ordine e continuità.

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Fulvio Scaglione, nato nel 1957, giornalista professionista dal 1981, è stato dal 2000 al 2016 vice direttore di Famiglia Cristiana. Già corrispondente da Mosca, si è occupato in particolare della Russia post-sovietica e del Medio Oriente. Ha scritto i seguenti libri: Bye Bye Baghdad (Fratelli Frilli Editori, 2003), La Russia è tornata (Boroli Editore, 2005), I cristiani e il Medio Oriente (Edizioni San Paolo, 2008), Il patto con il diavolo (Rizzoli, 2016). Prova a raccontare la politica estera anche in un blog personale: www.fulvioscaglione.com

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