Babylon

Giulio Regeni e l'Italia impotente


di Fulvio Scaglione |  4 dicembre 2018

Piangiamo Giulio Regeni e condividiamo la sete di giustizia dei suoi, ma dovremmo anche riconoscere l’impotenza dell’Italia e dell’Europa nel far luce sulla vicenda. Perché l'Egitto serve, così com'è...


La prima cosa da fare, forse, sarebbe smetterla con l’espressione «caso Regeni». Getta un’ombra di stanchezza burocratica sulla morte di un giovane di 28 anni che, se non fosse stato torturato e ucciso al Cairo alla fine del gennaio 2016, sarebbe con ogni probabilità diventato uno di quelle “eccellenze” di cui poi piangiamo l’emigrazione in qualche università estera.

La seconda, anche per una questione di onestà con la famiglia, sarebbe invece riconoscere la nostra impotenza. L’impotenza dell’Italia, dell’Europa e, più in generale, del sistema di relazioni internazionali da cui l’una e l’altra si sono lasciate assorbire. Di recente l’ex premier Paolo Gentiloni ha detto che, finché in Egitto ci sarà al potere l’ex generale Al Sisi, non potremo sapere la verità. Forse. Resta il fatto che in Italia, dalla morte di Giulio, sono cambiati tre governi (Renzi, Gentiloni appunto, e Conte) e il risultato è sempre lo stesso.

Nei giorni scorsi la Procura della Repubblica di Roma ha deciso di iscrivere nel registro degli indagati sette agenti dei servizi segreti egiziani che avevano seguito e spiato Giulio Regeni nei suoi contatti al Cairo. E l’onorevole Roberto Fico, presidente della Camera dei Deputati, ha interrotto i rapporti tra la nostra Camera e il corrispondente organismo del Parlamento egiziano. Ci sia consentito dire, senza offesa per alcuno, che queste mosse non porteranno a nulla. Segnalano rabbia, null’altro. Al Sisi non consegnerà mai gli uomini coinvolti nell’assassinio. Non vuole farlo, perché sono tasselli dell’insieme di forze di sicurezza e militari che fanno da baluardo al suo potere. Forse non potrebbe farlo nemmeno se volesse. Quanto ai rapporti tra le due Camere, siamo onesti: qualcuno si era accorto che esistessero?

La verità sugli ultimi, terribili giorni di Giulio non la sapremo mai perché l’Egitto è un Paese troppo importante per la stabilità del Mediterraneo e dell’Africa del Nord. Il Sinai è sempre in bilico, minacciato dall’islamismo armato annidato tra le tribù. E anche se non è fine dirlo, non c’è capo di governo o di Stato che non consideri con spavento l’ipotesi di un crollo del regime di Al Sisi e di un ritorno in forze dei Fratelli Musulmani. Quando l’Italia richiamò l’ambasciatore al Cairo all’indomani dell’omicidio di Giulio, la Francia di François Hollande si precipitò a fornire prestiti e contratti ad Al Sisi, che in cambio comprò un bel po’ di armi francesi. Se l’Italia non avesse fatto marcia indietro, sarebbe rimasta tagliata fuori. Da una serie di importanti relazioni economiche (è stata l’Eni a scoprire Zohr, il più grande giacimento di gas del Mediterraneo, in acque territoriali egiziane) e politiche (l’Egitto è il grande sponsor del generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, il controllore dei flussi migratori che attraversano la Libia).

Certo, in un mondo ideale si sarebbe potuto fare di più. L’Italia e l’Europa, che hanno decretato sanzioni economiche contro mezzo mondo, avrebbero potuto “punire” l’Egitto con una qualche forma di embargo. Ma non l’hanno fatto, nonostante Giulio. In Egitto è stato ammazzato dal regime un nostro ragazzo. In Egitto in un solo giorno furono uccisi più di 500 dimostranti. Ma le sanzioni italiane ed europee sono riservate alla Russia e alla Siria, lo sono state per anni all’Iran. È questo doppio standard che ha trasformato Giulio nel «caso Regeni».

 


 

Perché Babylon

Babilonia è stata allo stesso tempo una delle più grandi capitali dell'antichità e, con le mura che ispirarono il racconto biblico della Torre di Babele, anche il simbolo del caos e del declino. Una straordinaria metafora del Medio Oriente di ieri e di oggi, in perenne oscillazione tra grandezza e caos, tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e declino. Proveremo, qui, a raccontare questa complessità e a trovare, nel mare degli eventi, qualche traccia di ordine e continuità.

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Fulvio Scaglione, nato nel 1957, giornalista professionista dal 1981, è stato dal 2000 al 2016 vice direttore di Famiglia Cristiana. Già corrispondente da Mosca, si è occupato in particolare della Russia post-sovietica e del Medio Oriente. Ha scritto i seguenti libri: Bye Bye Baghdad (Fratelli Frilli Editori, 2003), La Russia è tornata (Boroli Editore, 2005), I cristiani e il Medio Oriente (Edizioni San Paolo, 2008), Il patto con il diavolo (Rizzoli, 2016). Prova a raccontare la politica estera anche in un blog personale: www.fulvioscaglione.com

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