Attualità

Una prospettiva ecumenica per i copti eritrei


di Alberto Elli |  27 novembre 2018

La delegazione dei copti eritrei in visita il 12 e 13 novembre scorsi al Consiglio ecumenico delle Chiese. (foto Ivars Kupcis/Wcc)

Una delegazione della Chiesa copta eritrea nei giorni scorsi ha fatto visita, a Ginevra, al quartier generale del Consiglio ecumenico delle Chiese. Spunto per conoscere un po' meglio quella Chiesa d'Africa.


A Ginevra, presso la sede del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) si è svolto, il 12 e 13 novembre scorsi, un incontro tra la leadership di quell’istituzione è una delegazione della Chiesa ortodossa Tawahedo d’Eritrea, guidata da abuna Lukas Gabrahaiwat Natsara, facente funzioni di patriarca e segretario generale del Sinodo della Chiesa eritrea. Nei colloqui la delegazione africana ha discusso con il segretario generale del Cec, il pastore Olav Fykse Tveit, e con gli altri ospiti le possibilità di un maggiore impegno della Chiesa copta eritrea in ambito ecumenico.

Come espresso dal titolo Tawahedo («dell’unione» delle due nature, l’umana e la divina, del Cristo) che compare nella sua denominazione ufficiale, la Chiesa d’Eritrea appartiene al novero delle Chiese non-calcedoniane, che non hanno, cioè, accolto le definizioni dogmatiche del concilio di Calcedonia del 451 riguardo a Cristo.

L’istituzione di questa Chiesa è recente e deriva da una divisione in seno alla Chiesa ortodossa Tawahedo d’Etiopia. Con la caduta, nel 1991, del governo dittatoriale del Derg, presieduto, in Etiopia, dal colonnello Hailè Mariàm Menghistu, l’Eritrea ritenne finalmente giunto il momento di recuperare quell’indipendenza che le era stata subdolamente tolta dal negus etiope Hailè Selassiè (a metà Novecento). Nel 1993, a seguito di un referendum a suffragio universale, gli eritrei votarono per l’indipendenza, dichiarata ufficialmente il 24 maggio dello stesso anno. Primo presidente divenne Isaias Afewerki, il leader del Fronte di liberazione del popolo eritreo (Eplf), il movimento eritreo di resistenza contro l’Etiopia, rinominato Fronte popolare per la democazia e la giustizia (Pfdj). Il 23 maggio 1997 venne adottata una Costituzione democratica, rimasta però lettera morta, in quanto l’Eritrea è diventata uno Stato monopartitico retto in maniera dittatoriale da Afewerki, ancor oggi al potere.

Sono stati, questi, anni di strisciante persecuzione nei confronti della Chiesa. Nel 1995 fu emanata una legge che obbligava tutte le denominazioni religiose a registrarsi; tale registrazione, tuttavia, fu riconosciuta solo per l’islam sunnita, la Chiesa ortodossa eritrea, la Chiesa evangelica d’Eritrea e la Chiesa cattolica; tutte le denominazioni religiose diverse da queste quattro sono state bandite. Non solo sono state bandite le istituzioni religiose, ma sono proibite le pratiche religiose non autorizzate, anche all’interno delle proprie abitazioni. La repressione fu particolarmente dura nei confronti delle Chiese protestanti.

Con la proclamazione dell’indipendenza ufficiale dell’Eritrea nel 1993, i rapporti tra la Chiesa d’Etiopia e la Chiesa copta alessandrina, interrotti in seguito al non riconoscimento copto dei patriarchi etiopici nominati sotto il Derg, si sono fatti ancor più tesi. Già nel giugno 1991, in Egitto, il patriarca copto Shenuda III (1971-2012) aveva proceduto a ordinare due vescovi eritrei per la diaspora (uno per gli Stati Uniti e uno per il Regno Unito), senza previa consultazione della Chiesa d’Etiopia, dalla quale allora ancora dipendevano le diocesi d’Eritrea. Il 19 giugno 1994, giorno di Pentecoste, poi – in seguito a una richiesta del presidente eritreo Afewerqi, accolta dal Sinodo della Chiesa copta, di istituire una Chiesa eritrea ortodossa indipendente, sotto la giurisdizione ecclesiastica della sede di Alessandria –, il patriarca copto aveva ordinato ad Alessandria cinque vescovi eritrei, aprendo così la via alla costituzione di un Sinodo indipendente per la Chiesa d’Eritrea.

A seguito di queste ordinazioni, la comunione tra la Chiesa etiopica e la Chiesa copta era stata rotta. Mentre la Chiesa copta d’Egitto si considera storicamente la Chiesa madre della Chiesa d’Etiopia, e quindi anche di quella di Eritrea, la Chiesa d’Etiopia, che si ritiene pienamente autonoma dal 1959, considera tutte queste ordinazioni un’ingerenza anti-canonica nei suoi affari interni.

Il neo costituito Sinodo della Chiesa eritrea provvide a istituire un comitato di quindici rappresentanti delle varie diocesi il quale, riunitosi tra il 24 e il 26 agosto 1995, decise per l’indipendenza giuridica della Chiesa ortodossa d’Eritrea dalla Chiesa etiopica. La decisione trovò il suo compimento solo nel 1998. Tra il 14 e il 17 aprile di quell’anno, infatti, su invito della Chiesa eritrea, il patriarca Shenuda III delegò in Eritrea il metropolita anba Bishoy, segretario generale del Sinodo della Chiesa copta, per assistere alla procedura d’elezione del patriarca eritreo. Risultò eletto il novantatreenne arcivescovo di Asmara, Fileppos (1998-2002).

Il 15 maggio 1998, festa di san Marco nella Chiesa copta ortodossa, Shenuda III procedette – nella cattedrale di San Marco al Cairo – all’ordinazione di Fileppos quale primo patriarca della Chiesa d’Eritrea. Alla cerimonia presero parte cinquantaquattro vescovi copti e sei vescovi eritrei. Il 29 maggio successivo, Shenuda prese parte, nella cattedrale di Asmara, alla presenza delle autorità civili e religiose, all’intronizzazione solenne del nuovo patriarca.

Durante la vacanza patriarcale succeduta alla morte di Fileppos, avvenuta il 18 settembre 2002, si sono succedute in Eritrea, con generiche funzioni direttive, personalità diverse: dapprima, per breve tempo, ha prevalso l’influenza di abba Maqaryos, fortemente coinvolto con il potere politico, accentratore, di tendenze moderniste e inviso alle comunità monastiche tradizionalmente più indipendenti, che lo avvertivano come un corpo estraneo. Successivamente è emersa la figura dell’anziano e influente abuna Fileppos, già superiore del noto monastero di Dabra Bizan, conservatore e più gradito agli ambienti monastici. Candidato alla carica di patriarca è stato però anche l’abuna Yaqob, fattosi monaco a Dabra Dehuhan – monastero delle (rocce) scavate –, e che all’epoca era arcivescovo a Gondar. Alla fine fu proprio l’abuna Yaqob ad essere eletto quale secondo patriarca della Chiesa d’Eritrea, carica che ricoprì però solamente per un breve periodo, dal 4 dicembre 2002 al primo dicembre 2003.

Nel 2004 fu eletto patriarca d’Eritrea abuna Entones (Antonio, nato nel 1927). Solennemente intronizzato il 25 aprile, fu però deposto nell’agosto dell’anno seguente e successivamente (13 gennaio 2006) messo dal governo agli arresti domiciliari, per la sua decisa opposizione al presidente-dittatore Afewerki, del cui regime aveva denunciato non solo le intrusioni negli affari interni della Chiesa ortodossa, ma anche gli abusi e gli arbitri. Con il patriarca, centinaia di sacerdoti furono egualmente arrestati. Il 20 gennaio 2007, furono confiscate ad Entones le insegne pontificali, simbolo della sua carica patriarcale, e il 19 aprile 2007 il Sinodo eritreo provvide, su designazione del Pfdj, ad eleggere patriarca l’abuna Diyosqoros (2007-2015). La solenne cerimonia di investitura ebbe luogo il 27 maggio nella chiesa di Santa Maria ad Asmara. Alle cinque del mattino del giorno successivo, abuna Entones fu espulso dalla sua residenza. La nomina di Diyosqoros non è però stata riconosciuta dalle altre Chiese ortodosse, che continuano a ritenere legittimo patriarca della Chiesa eritrea l’abuna Entones, ancor oggi agli arresti domiciliari e gravemente malato.

Attualmente la sede patriarcale è vacante. L’abuna Lukas Gabrahiwat Natsara, su designazione del Pfdj, esercita le funzioni di patriarca senza essere stato canonicamente eletto.

In Italia la Chiesa copta eritrea ha sede a Milano, dove la comunità conta più di 500 fedeli. Le funzioni religiose si svolgono in una chiesa offerta in comodato dalla Provincia di Milano e situata nell’area dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, in via Ippocrate 45, nel quartiere di Affori.

 

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