Attualità

I bambini fantasma di Aleppo


 Terrasanta.net |  28 novembre 2018

Un'immagine emblematica delle distruzioni nel centro di Aleppo (quartiere di Hanano)

Migliaia di orfani e minori abbandonati, spesso figli di combattenti jihadisti, sono un lascito della guerra. Ad Aleppo prende forma un progetto per aiutarli: lo ha presentato il vescovo Abou Khazen.


Scuole chiuse, lezioni interrotte, il diritto all’istruzione negato. Le conseguenze della guerra in Siria segnano i bambini, quelli fuggiti con le famiglie e quelli rimasti chiusi nelle abitazioni per il pericolo dei cecchini e delle bombe. Restano i traumi, come l’avere visto con i propri occhi un familiare ucciso, in casa o per strada. I minori sono maggiormente vittime delle conseguenze che perdurano nel dopoguerra. Ma tra di essi vi è un gruppo ancora più vulnerabile: i bambini «fantasma», figli non voluti, bambini nati durante le occupazioni e gli assedi da donne che sono state violentate, figli visti come vergogna (come avvenne nella guerra bosniaca). Persone che, senza colpa, sono considerate un simbolo degli orrori.

«Solo ad Aleppo sono circa duemila. È uno degli esiti di sette anni di guerra – racconta monsignor Georges Abou Khazen, vicario apostolico dei cattolici latini e francescano della Terra Santa –. Secondo il ministro degli Affari sociali, Kinda al-Shammat, sarebbero quasi cinquemila. Ma se fossero anche solo qualche centinaio… sono i figli dei jihadisti, gente che ha abbandonato i figli. Vivono per strada o negli appartamenti semidistrutti». La maggior parte ha un’età compresa fra quattro e sette anni, non registrati all’anagrafe, di loro non si conosce il padre o entrambi i genitori, a volte sono accuditi da fratelli e sorelle poco più grandi.

Aleppo, centro industriale e commerciale della Siria, è stata lacerata al suo interno da uno dei fronti più violenti della guerra. Tra il 2012 e il 2016 lo scontro fra forze governative e ribelli ha attraversato la città. Migliaia di aleppini sono morti e centinaia di migliaia sono fuggiti dai quartieri distrutti. Anche se nel 2016 il controllo della città è tornato in mano alle forze di Damasco, la vita nella città è ancora estremamente difficile, specialmente nella zona a Est riconquistata con l’aiuto di russi e iraniani. Qui il problema dei bambini abbandonati è più acuto.

Mons. Abou Khazen ne ha parlato a Milano l’8 novembre, in un convegno sulla Siria alla Biblioteca Ambrosiana e durante l’annuale Giornata delle associazioni di volontari impegnati per Terra Santa, a Roma il 10 novembre. «Abbiamo distribuito alle famiglie pacchi alimentari mensili, attraverso gli istituti religiosi – ha raccontato, descrivendo la vita quotidiana degli aleppini –. Abbiamo fornito libri, contributi per coprire le tasse scolastiche e universitarie. Abbiamo distribuito medicine e fornito visite mediche. Tre ospedali, chiamati Ospedali aperti, sono gestiti da religiosi cattolici, uno di questi è ad Aleppo dove suore giuseppine ricevono tutti gli ammalati, musulmani e cristiani indistintamente».

Il vescovo francescano si è soffermato in particolare sul dramma dei bambini abbandonati. «Esistono e non esistono perché non sono registrati all’anagrafe e senza registrazione non possono essere iscritti alla scuola. Il parlamento sta studiando una legge ad hoc per poterli regolarizzare. Davanti a questo dramma umano i francescani non possono stare zitti». Spesso i bambini sono tenuti nascosti, per senso di vergogna, per non creare scandalo. Così ai piccoli e alle madri (quando presenti) non arriva alcuna assistenza pubblica.

Perciò il vescovo ha avviato un’iniziativa per i bisogni più urgenti, insieme a fra Firas Lutfi e ad Ahmad Badreddin Hassoun, gran muftì di Aleppo. Poiché nell’a cultura islamica non è prevista l’adozione, il muftì ha condotto uno studio secondo il quale, nel rispetto della religione, una famiglia musulmana può prendere a carico un bambino e tenerlo in affido fino ai 18 anni. Non trasmette il cognome o i beni in eredità, ma curando la crescita del minore ne garantisce comunque il futuro.

Tuttavia, perché le famiglie possano accogliere i piccoli nella situazione generale di devastazione, è necessario un aiuto. Il progetto si chiama Un nome e un futuro : «Un nome per poter essere registrati e un futuro per aiutarli ad avere un avvenire – spiega mons. Abou Khazen. Molti corrono il pericolo di essere sfruttati, c’è il rischio di preparare una nuova generazione di combattenti dell’Isis e sono esseri umani senza colpe che meritano aiuto».

Il progetto è curato dall’associazione ATS pro Terra Sancta, che si occupa della raccolta dei fondi e della realizzazione sul campo, e ha diversi obiettivi: provvedere ai bisogni essenziali di alimenti e altri beni di prima necessità; dare un aiuto psicologico per alleviare i traumi causati dalla guerra; lavorare sul ruolo delle donne madri, aiutandole a diventare economicamente autonome.

Si vogliono raggiungere 500 famiglie, accolte in un centro predisposto, e circa altri duemila bambini (con le loro madri) che riceveranno assistenza al di fuori del centro. Nell’arco di un anno, ATS intende aprire quattro centri di accoglienza in città. Per la realizzazione del piano di aiuti è importante la collaborazione con le persone più autorevoli dei quartieri, che conoscono le situazioni locali, indicano i casi più bisognosi, presentano i bambini. La collaborazione con le autorità islamiche è importante, perché sia chiaro che si fanno azioni di carità e non proselitismo.

«Non eravamo preparati alla crisi – osserva mons. Abou Khazen –. Non eravamo attrezzati ad affrontare tante emergenze. Solo grazie a molti benefattori al di fuori del Paese possiamo portare aiuti». Ora gli aiuti cercano di trasformarsi da forme di assistenza a sostegni all’autosufficienza. È importante per ridare dignità alle persone, favorire il ritorno dei moltissimi fuggiti da Aleppo, soprattutto i giovani. «La comunità cristiana, cattolici, ortodossi, evangelici, è stata decimata – aggiunge –. Dei 185 mila cristiani di Aleppo, sono rimasti al massimo 40 mila. Ci domandiamo se gli altri torneranno. Non abbiamo aiutato solo i cristiani, ma tutti i bisognosi. Non ci sentiamo una minoranza abbandonata e schiacciata, ma parte della grande famiglia della Chiesa».

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