Dove Francesco «inventò» il presepio


di Giuseppe Caffulli |  novembre-dicembre 2018

Il santuario di Greccio, nel Lazio.

Tra le montagne laziali, in Italia, sorge il santuario di Greccio. Conosciuto in tutto il mondo come la Betlemme francescana. Qui il santo di Assisi realizzò il primo presepio della Storia.


In una notte del 1223, a Greccio, san Francesco realizzò la prima rappresentazione della Natività, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da papa Onorio III. Il santo di Assisi era tornato tre anni prima dalla Palestina e, da allora, coltivava il sogno di rievocare la scena della Natività in un luogo remoto, Greccio, che gli ricordava Betlemme.

Tommaso da Celano, cronista della vita di san Francesco racconta l’episodio dell’«invenzione» del presepio nella Legenda secunda: «Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme». Nella grotta dove era stata allestita la rappresentazione erano presenti una mangiatoia sulla quale era stata deposta della paglia e i due animali ricordati dalla tradizione dei Vangeli apocrifi.

Bonaventura da Bagnoregio nella Legenda major ci offre qualche altro particolare: «I frati si radunano, la popolazione accorre; il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L’uomo di Dio [Francesco] stava davanti alla mangiatoia, pieno di pietà, bagnato di lacrime, traboccante di gioia. Il rito solenne della messa viene celebrato sopra alla mangiatoia e Francesco canta il Santo Vangelo. Poi predica al popolo che lo circonda e parla della nascita del re povero che egli [...] chiama “il bimbo di Betlemme”. Un cavaliere virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia e si era legato di grande familiarità all’uomo di Dio, messer Giovanni di Greccio, affermò di avere veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo bimbo addormentato che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno» (Bonaventura, Legenda maior, XX).

La sacra rappresentazione di Greccio, nata dal desiderio di san Francesco di rivivere (fino a toccare con mano) il mistero della nascita di Gesù a Betlemme, avrà una risonanza tale da diventare una tradizione capace di diffondersi in ogni angolo d’Italia prima, e del mondo cristiano poi. Da allora, da quella notte del 1223, il presepio (termine che deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia) è diventato uno dei modi che la fede popolare utilizza per celebrare il Natale. Dando vita anche a vere e proprie forme d’arte, come il presepio napoletano.

Inutile dire che, in ogni sua forma (una semplice capanna oppure una rappresentazione vivente), il presepio è caro soprattutto ai piccoli. I pastori, le pecorelle, gli angeli, il bue e l’asinello, Maria e Giuseppe, il Bambino nella mangiatoia: tutti abbiamo sostato rapiti davanti ad una capanna. Molti di noi, da piccini, hanno imparato a pregare davanti al mistero di un Bambino adagiato sopra la paglia.

La poesia e la magia del Natale hanno ispirato schiere di scrittori e artisti di ogni epoca.

«Il presepio – ci rammenta Papa Francesco – ci dice inoltre che Egli non si impone mai con la forza. Ricordate bene questo, voi bambini e ragazzi: il Signore non si impone mai con la forza. Per salvarci, non ha cambiato la storia compiendo un miracolo grandioso. È invece venuto con tutta semplicità, umiltà, mitezza. Dio non ama le imponenti rivoluzioni dei potenti della storia, e non utilizza la bacchetta magica per cambiare le situazioni. Si fa invece piccolo, si fa bambino, per attirarci con amore, per toccare i nostri cuori con la sua bontà umile; per scuotere, con la sua povertà, quanti si affannano ad accumulare i falsi tesori di questo mondo».

Fianco a fianco per conoscersi

È un laboratorio di convivenza, come per fortuna non ne mancano in Terra Santa. È la scuola dei Fratelli delle Scuole cristiane di Giaffa, sobborgo di Tel Aviv.

Un tempio interiore

Anche durante un pellegrinaggio, non sempre riusciamo a fare silenzio e a non essere distratti. Sull’esempio di san Francesco, occorre ritrovare la propria «cella interiore» dove lodare Dio.