Attualità

Il Medio Oriente all'Onu, echi da New York


 Terrasanta.net |  2 ottobre 2018

I lavori d'apertura della 73.ma sessione dell'Assemblea generale Onu seguiti dalla tribuna stampa. (foto Onu/Laura Jarriel)

Tra i molti temi toccati dal 25 settembre a ieri all'apertura dei lavori dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, molti hanno toccato l'argomento Medio Oriente. Punti di vista a confronto.


(g.s.) – Nell’arena dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, al Palazzo di Vetro di New York, molti capi di Stato e di governo, o ministri degli Esteri, si sono avvicendati nei giorni scorsi per l’inaugurazione della 73.ma sessione. Nei discorsi pronunciati, il tema della Terra Santa, e del Medio Oriente più in generale, è riecheggiato più volte davanti ai rappresentanti dei 193 Stati membri.

Degli interventi dei vertici politici israeliani e palestinesi riferiremo a parte. Qui vi proponiamo un'antologia di brani di altri oratori.

 

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, intervenuto il 25 settembre

«Spezza il cuore la tragedia che è in corso in Siria. I nostri obiettivi condivisi devono essere la progressiva riduzione del conflitto militare, accanto a una soluzione politica che onori la volontà del popolo siriano. In quest’ottica auspichiamo che il processo di pace promosso dalle Nazioni Unite ritrovi slancio. Ma state certi che gli Stati Uniti reagiranno se le armi chimiche verranno utilizzate dal regime di Assad. Voglio elogiare i popoli della Giordania e degli altri Paesi vicini per l’ospitalità che offrono ai profughi di questa aspra guerra civile. (…) Ogni soluzione alla crisi umanitaria in Siria deve includere anche una strategia nei confronti del regime brutale che l’ha determinata e finanziata: la corrotta dittatura al potere in Iran. I leader iraniani seminano caos, morte e distruzione. Non rispettano i vicini né i confini o i diritti sovrani delle nazioni. Al contrario, i leader iraniani depredano le risorse della nazione per arricchire sé stessi e spargere caos in Medio Oriente e oltre. I vicini dell’Iran hanno pagato un alto prezzo per l’agenda aggressiva ed espansionistica di quel regime nella regione. Ecco perché così tanti Paesi in quell'area hanno convintamente appoggiato la mia decisione di ritirare gli Stati Uniti dall’orribile accordo sul nucleare iraniano sottoscritto nel 2015 e di imporre nuovamente le sanzioni. (…) Non possiamo permettere al principale sponsor mondiale del terrorismo di dotarsi dell’arma più pericolosa del pianeta. (...) Noi chiediamo a tutte le nazioni di isolare il regime iraniano fintanto che la sua aggressione continua. Così come chiediamo a tutte le nazioni di sostenere il popolo iraniano mentre lotta per il proprio destino. Quest’anno abbiamo compiuto anche un altro significativo passo in Medio Oriente: nel riconoscere il diritto di ogni Stato sovrano a determinare quale sia la sua capitale, ho trasferito l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele a Gerusalemme. Gli Stati Uniti sono impegnati per un futuro di pace e stabilità della regione, il che include la pace tra israeliani e palestinesi. Un obiettivo che non è ostacolato, ma semmai reso più vicino, dal riconoscimento di fatti ovvi».

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Hassan Rouhani, presidente dell’Iran, 25 settembre

«Il governo degli Stati Uniti – o almeno l’attuale amministrazione – sembra determinato a svuotare d'efficacia tutte le istituzioni internazionali. Quel governo, dopo essersi ritirato da un accordo multilaterale adottato dal Consiglio di Sicurezza e in violazione di tutte le regole e norme del diritto internazionale, invita ora la Repubblica islamica dell’Iran a colloqui bilaterali. (…) Su quali basi e criteri potremmo giungere a un accordo con un’amministrazione che si comporta in questo modo? Qualunque dialogo dovrebbe svolgersi nella cornice e in applicazione del Piano d'azione congiunto globale (raggiunto a Vienna il 14 luglio 2015 tra l'Iran, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti - più la Germania e l'Unione europea. – ndr) e della Risoluzione n. 2.231 del Consiglio di Sicurezza e non all'insegna del loro sovvertimento e del ritorno al passato. È persino ironico che il governo degli Stati Uniti non nasconda nemmeno i suoi progetti di scalzare lo stesso governo che invita al negoziato. (…) Perché il dialogo inizi non c’è bisogno di mettersi in posa davanti ai fotografi. Le due parti possono ascoltarsi reciprocamente proprio qui, in questa assemblea. Io inizio a dialogare qui e ora e affermo, senza mezzi termini, che il tema della sicurezza internazionale non è un giocattolo per la politica interna americana».

«(…) Sin dagli inizi della crisi in Siria, noi abbiamo messo in guardia da qualsiasi intervento straniero negli affari interni di quel Paese e dall’uso di mezzi illegittimi, incluso il sostegno a gruppi estremisti e terroristi, per far pressioni sul goveno della Siria. Abbiamo inoltre costantemente sottolineato che la crisi può essere risolta solo attraverso il dialogo intra-siriano. A tal fine, la presenza dei nostri consiglieri militari in Siria corrisponde alla richiesta del governo siriano e al diritto internazionale e mira ad assistere il governo siriano nel contrasto al terrorismo estremista. (…) La crisi nello Yemen può essere risolta solo attraverso colloqui intra-yemeniti e senza interferenze esterne». (…)

«La più urgente crisi in Medio Oriente resta comunque la questione della Palestina. Il passare del tempo non può – e non deve – giustificare l’occupazione. Gli innumerevoli crimini di Israele contro i palestinesi non sarebbero stati possibili senza l’assistenza militare e politica unita al sostegno propagandistico degli Stati Uniti. (…) L’abominevole decisione degli Usa di trasferire la loro ambasciata in Israele a Gerusalemme e la recente approvazione di una legge razzista sull’ebraicità dello Stato sono violazioni delle norme e del diritto internazionale ed esplicite manifestazioni di apartheid».

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Re Abdallah di Giordania, 25 settembre

«Tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite dall’inizio della crisi – siano esse dell’Assemblea Generale o del Consiglio di Sicurezza – riconoscono gli stessi diritti del popolo palestinese a un futuro di pace, dignità e speranza. Questo è il cuore dell’accordo a due Stati, l’unica strada possibile per una pace duratura e complessiva. Solo la soluzione dei due Stati, basata sul diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite, può rispondere ai bisogni di entrambe le parti: la fine del conflitto con uno Stato palestinese sovrano, sostenibile e indipendente entro i confini del 1967 e con Gerusalemme Est come sua capitale e un Israele sicuro, pienamente integrato nella regione e riconosciuto dai Paesi arabi e musulmani di tutto il mondo. Le nazioni arabe e musulmane si sono già espresse in favore di una pace complessiva: l’Iniziativa di pace araba è sul tavolo da 16 anni; le Nazioni Unite e l’Unione Europea lavorano per aiutare le parti a raggiungere una pace duratura. L’amministrazione degli Stati Uniti si è a lungo impegnata per la pace e gioca un ruolo decisivo (…) Sì, abbiamo ancora molta strada da fare, ma non possiamo rinunciare solo perché il compito è difficile. Quale sarebbe l’alternativa? Possiamo permetterci di lasciare che una delle regioni più strategiche del mondo resti legata a un ciclo di violenza senza fine? Per quanto tempo Gerusalemme, città santa per oltre metà degli abitanti del pianeta, dovrà far fronte a minacce per la propria identità e per il proprio patrimonio multireligioso? Quanto a lungo dovremo accettare uno status quo di continue crisi e fanatismo? Palestinesi profughi per generazioni, l’identità dei loro figli negata. Le famiglie israeliane che vivono in continuo auto-isolamento, senza la sicurezza di relazioni pacifiche con tutto il mondo. E quale potrebbe mai essere il futuro di quello che taluni propongono: uno Stato unico, binazionale, i cui fondamenti stessi sono il rifiuto dell’uguaglianza nel suo stesso popolo? È questa la terribile, anti-democratica realtà che soggiace all’idea dello Stato unico. (…) Come molti di voi sanno, la Giordania ha sopportato il peso di un massiccio e sproporzionato numero di profughi. Il nostro popolo ha aperto le sue case, le scuole, i servizi pubblici, gli ospedali. Abbiamo condiviso le risorse del nostro Paese, il nostro cibo ed energia, la nostra preziosa acqua. La crisi ha frenato la crescita economica e la creazione di nuovi posti di lavoro, tanto urgentemente necessari ai nostri giovani, che rappresentano oltre il 60 per cento della popolazione. I giordani hanno portato il fardello dei profughi in pieno accordo con le lunghe tradizioni umanitarie del nostro Paese, ma sappiamo, così come lo sa il mondo intero, che questa crisi chiama in causa responsabilità globali. I sacrifici che noi ed altri Paesi ospitanti stiamo facendo possono continuare solo se altri Paesi donatori faranno la loro parte».

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Abdel Fattah al Sisi, presidente dell’Egitto, 25 settembre

«Come potremmo biasimare un arabo che mettesse in discussione la credibilità delle Nazioni Unite e i valori che esse proclamano, quando vede che la sua regione è minacciata dalla disintegrazione e dal collasso dello Stato-nazione, il quale cede il campo a ondate terroristiche e conflitti settari che svuotano le potenzialità dei popoli arabi? O come risentirci se un arabo si chiedese perché al popolo palestinese sono negati i legittimi diritti a vivere in dignità e in pace, in uno Stato indipendente che rifletta la loro identità nazionale, le speranze ed aspirazioni? (…) Senza dubbio la regione araba è una delle più vulnerabili ai pericoli di disintegrazione dello Stato-nazione, del crearsi di un ambiente fecondo per il terrorismo e dell’esacerbarsi di conflitti settari. Preservare e riformare le fondamenta dello Stato è perciò una priorità essenziale nella politica estera regionale dell’Egitto. Non c’è via d’uscita alle crisi in Siria e in Yemen, se non restaurando lo Stato-nazione, preservandone la sovranità e le istituzioni statuali, e realizzando, al contempo, le legittime aspirazioni del popolo. (…) Lo stesso principio si applica alla nostra politica verso la Libia».

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Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani, emiro del Qatar, 25 settembre

«Il deteriorarsi della situazione nei Territori palestinesi, e particolarmente le condizioni disumane della Striscia di Gaza, con il soffocante assedio a cui soggiace, e il continuo espandersi degli insediamenti nella Gerusalemme occupata e in Cisgiordania, fanno presagire gravi conseguenze e pongono una storica responsabilità davanti al Consiglio di Sicurezza. Riaffermiamo l’importanza dei negoziati e della ripresa del loro percorso, ma ciò richiede il riconoscimento delle risoluzioni legittimate a livello internazionale, prima fra tutte la soluzione dei due Stati con i confini del 1967. Di più: non vi è soluzione alcuna al conflitto arabo-israeliano senza una giusta e duratura soluzione della causa palestinese. Noi restiamo fermi su questa posizione, che è conforme alla legittimità internazionale e dettata dalla nostra coscienza. Ma Israele rigetta questo accordo. Lo Stato del Qatar non risparmierà sforzi per fornire ogni forma di sostegno materiale e politico ai fratelli del popolo palestinese e continuerà a lavorare con tutti gli attori internazionali del processo di pace in Medio Oriente per rimuovere gli ostacoli alla ripresa dei negoziati di pace, in conformità con i termini di riferimento e le risoluzioni della legittimità internazionale».

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Michel Aoun, presidente del Libano, 26 settembre

«Le crisi dei vicini gravano ancora pesantemente su di noi con tutte le loro conseguenze. Con lo scoppio degli eventi in Siria, ondate di sfollati in fuga dall’inferno della guerra si sono riversate in Libano, che ha provato nella misura del possibile, ad assicurare condizioni di vita dignitosa ai profughi. Il loro grande numero e le ricadute di questa presenza sulla società libanese toccano vari aspetti: dalla sicurezza, con l’aumento del tasso di criminalità oltre il 30 per cento, all’economico, con l’incremento del tasso di disoccupazione al 21 per cento, fino alla demografia, con un innalzamento della densità da 400 a 600 persone a chilometro quadrato. Tutto ciò va ad aggiungersi alle limitate risorse a disposizione a alla scarsa assistenza internazionale nei confronti del Libano che fa l’impossibile per sostenere questo fardello, anche ora che la maggior parte del territorio siriano è tornato sicuro. Per questo lo scorso anno, da questo stesso podio, auspicavo un rientro sicuro e facevo differenza tra un ritorno sicuro e un ritorno volontario. I siriani che hanno trovato riparo in Libano non sono rifugiati politici, salvo in alcuni casi. I più sono scappati per via dell’insicurezza del loro Paese, o per ragioni economiche. (…) Voglio farvi notare che le Nazioni Unite hanno smesso di tenere il conto dei profughi nel 2014. Gli apparati di sicurezza libanesi hanno continuato a contarli e da quell’anno ad oggi il numero dei profughi ha superato il milione e mezzo».

(…) «Purtroppo, l’approccio della politica internazionale al Medio Oriente è ancora carente di giustizia e si caratterizza per il doppio standard che induce i nostri popoli a mettere in discussione il concetto di democrazia di quegli Stati che si considerano pionieri sotto questo profilo. La causa palestinese mette in evidenza proprio questo; l’assenza di giustizia nell’affrontarla ha innescato molte guerre in Medio Oriente e creato una resistenza che avrà fine solo quando si eliminerà l’oppressione e ristabilirà la giustizia. Il mondo ha votato ultimamente, esprimendosi nel Consiglio di Sicurezza e nell’Assemblea Generale, contro la proclamazione di Al-Quds (Gerusalemme) come capitale di “Israele”. Nonostante gli esiti dei due voti che riflettevano la volontà della comunità internazionale, alcune ambasciate sono state trasferite a Gerusalemme. In seguito, è stata anche varata la legge su Israele Stato-nazione del popolo ebraico, una norma che disorienta e si basa sul rifiuto dell’altro, minando espressamente tutti gli sforzi di pace e la prospettiva dei due Stati». 

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Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo (Ue), 27 settembre

«Grazie all’eccellente cooperazione tra l’Unione Africana, l’Unione Europea e le Nazioni Unite fino ad oggi abbiamo aiutato 30 mila persone a lasciare la Libia attraverso i rientri umanitari volontari. Vogliamo espandere il lavoro con i nostri partner in altre aree. Istruzione, investimenti nello svilupo, cambiamenti climatici e libero commercio saranno al cuore delle nostre relazioni future. (…) L’instabilità in Libia ha portato all’attenzione del mondo le sofferenze causate dai trafficanti di esseri umani che traggono brutalmente vantaggio della gente e indeboliscono gli Stati in cui operano. Il Consiglio di Sicurezza, nel giugno scorso, ha fatto i nomi dei criminali peggiori. Costoro, e gli altri come loro, devono essere sanzionati, arrestati e portati alla sbarra. Nel frattempo, l’Unione Europea lavorerà diligentemente e in buona fede con i partner nordafricani alle operazioni di recupero e salvataggio nel Mediterraneo. Solo il facendo fronte comune alle nostre responsabilità potremo offrire soluzioni efficaci a fenomeni a scala globale come le migrazioni e i trasferimenti forzati. Io spero vivamente che i recenti dibattiti in seno all’Onu sulla futura gestione delle migrazioni e la protezione dei rifugiati rappresentino un passo avanti nella giusta direzione. L’Unione Europea guida l’opera di reinsediamento, anche attraverso i reinsediamenti dalla Turchia, che ospita i profughi in fuga dai combattimenti in Siria, come fanno anche Giordania e Libano. La popolazione siriana continua a soffrire, mentre la guerra prosegue. Il memorandum di intesa su Idlib (tra i governi russo e turco - ndr) dev’essere applicato, così da poter evitare una catastrofe umanitaria. Tutte le parti devono rispettare il diritto internazionale umanitario, proteggere i civili, e consentire che arrivino aiuti a coloro che ne hanno bisogno».

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Sergey Lavrov, ministro degli Esteri della Russia, 28 settembre

«Oggi assistiamo tutti a uno scontro tra due opposte linee di tendenza. Da una parte c’è il rafforzarsi di principi policentrici nell’ordine mondiale, lo sviluppo costante di nuovi centri di crescita economica, l’aspirazione dei popoli a preservare la sovranità e a scegliere modelli consoni alla loro identità nazionale, culturale e religiosa. Dall’altra parte, vediamo il desiderio di vari Stati occidentali di mantenere l’autoproclamato status di “leader mondiali” e rallentare l’irreversibile processo di creazione del multipolarismo. (…) Osserviamo l’offensiva del revisionismo belligerante contro il moderno sistema del diritto internazionale. Gli attacchi sono stati lanciati contro i principi fondamentali degli accordi sul Medio Oriente, il Piano globale d’azione sul programma nucleare iraniano, gli impegni assunti nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio e l’accordo multilaterale sul clima… e molto altro. (…) Il conflitto in Siria dura ormai da sette anni. Il tentativo fallito di cambiare regime, orchestrato dall’esterno e basato sull’azione di estremisti, ha quasi portato alla disintegrazione del Paese e all’emergere al suo posto di un califfato. L’energica azione intrapresa dalla Russia in risposta alla richiesta del governo della Repubblica araba siriana, sostenuta dai passi diplomatici compiuti nella cornice del processo di Astana, ha scongiurato questo scenario (…) Con tutta la complessità della situazione in Siria, Iraq, Yemen e Libia non dobbiamo essere ciechi rispetto all’annoso problema palestinese. Una giusta ed equa soluzione è cruciale per il miglioramento della situazione dell’intero Medio Oriente. Vorrei mettere in guardia contro approcci unilaterali e tentativi di monopolizzare questo processo di accordo. Oggi, come mai prima d’ora, la comunità internazionale deve consolidare i suoi sforzi e riprendere i colloqui sulla base delle risoluzioni Onu e dell’Iniziativa di pace araba. La Russia continuerà a fare del suo meglio per facilitare questo processo, anche in seno al Quartetto sul Medio Oriente e in cooperazione con la Lega degli Stati arabi e l’Organizzazione per la cooperazione islamica. Accordi reciprocamente accettabili devono condurre a una pacifica e sicura coesistenza dei due Stati di Israele e Palestina».

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Wang Yi, ministro degli Esteri della Cina, 28 settembre

«Riguardo alla questione del nucleare iraniano ci troviamo in un momento cruciale per continuare ad attuare il Piano d'azione congiunto globale (Joint Comprehensive Plan of Action, Jcpoa). Parliamo di un accordo multilaterale consensuale, avallato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che risponde al comune interesse di tutte le parti coinvolte e della comunità internazionale più in generale. Se non lo applicassimo fino in fondo, il regime internazionale di non proliferazione nucleare verrebbe indebolito, l’autorità e il ruolo del Consiglio di Sicurezza messi a repentaglio e la pace e la stabilità nella regione e nel mondo intero compromesse. Uno scenario che nessuno potrebbe sopportare. La Cina fa appello a tutte le parti interessate perché continuino ad osservare e applicare il Jcpoa. (…) La questione della Palestina non può essere lasciata ai margini. Per oltre 70 anni pace e giustizia sono rimaste inafferrabili in quella parte del mondo. Su questo tema, ciò di cui la comunità internazionale ha più bisogno non sono proposte o iniziative, ma risolutezza e azione. Per dare concretezza alla soluzione dei due Stati, occorre una nuova fase di sforzi di pacificazione per esplorare un nuovo meccanismo di mediazione. A tal fine la Cina farà la sua parte e l’assistenza umanitaria cinese al popolo palestinese non verrà meno».

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Walid Al-Moualem, vice-primo ministro della Siria, 29 settembre

«Oggi la situazione sul terreno è più stabile e sicura, grazie ai progressi compiuti nella lotta al terrorismo. Il governo continua a riabilitare le aree distrutte dai terroristi per restituirle alla normalità. Ci sono ora tutte le condizioni per il ritorno volontario dei profughi siriani nel Paese che hanno dovuto abbandonare per via del terrorismo e delle misure economiche unilaterali che hanno compromesso la loro vita quotidiana e i loro mezzi di sostentamento. Migliaia di profughi siriani all’estero hanno cominciato a tornare a casa. Il rientro di ogni sfollato è una priorità per lo Stato siriano. Le porte sono aperte per tutti i siriani espatriati che vogliano tornare volontariamente e in tutta sicurezza. Ciò che vale per i siriani rimasti in Siria vale anche per i siriani all’estero. Nessuno è sopra la legge. (…) Israele continua ad occupare una parte, a noi molto cara, della nostra terra nel Golan e il nostro popolo continua a patire per le sue politiche oppressive e aggressive. Israele ha anche sostenuto gruppi terroristici all’opera nella Siria meridionale mediante interventi militari e il lancio di attacchi ripetuti sulla Siria. Così come abbiamo liberato il sud della Siria dai terroristi, siamo determinati a liberare completamente il Golan siriano occupato fino ai confini del giugno 1967. La Siria chiede che la comunità internazionale metta fine a tutte queste pratiche e costringa Israele ad applicare le risoluzioni Onu, e in particolare la 497 sul Golan siriano. La comunità internazionale deve anche aiutare il popolo palestinese a creare il proprio Stato indipendente, con Gerusalemme come capitale, e facilitare il ritorno dei profughi palestinesi alla loro terra, in ossequio alle risoluzioni internazionali. Qualunque azione che comprometta questi diritti è nulla e invalida e minaccia la pace e la sicurezza regionali, in particolar modo la legge razzista di Israele Stato-nazione del popolo ebraico e la decisione dell’amministrazione degli Stati Uniti di trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme e cessare i finanziamenti all’Unrwa».

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Arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per le relazioni con gli Stati - Santa Sede, 1 ottobre

«In Medio Oriente, le sfaccettate pressioni politico-diplomatiche e la violenza, insieme con varie situazioni di emergenza umanitaria, specialmente in Siria, devono essere affrontate dalla comunità internazionale. Inoltre tutte le parti interessate devono dimostrare una volontà unanime di impegnarsi per la fine della violenza e il raggiungimento di “una soluzione che permetta tanto al popolo palestinese quanto a quello israeliano di vivere finalmente in pace, entro confini chiaramente stabiliti e riconosciuti internazionalmente, così che la soluzione dei due Stati diventi effettiva” (citazione dal discorso di papa Francesco ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 12 gennaio 2015)».

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