«Insegnaci a pregare»


di fra Francesco Ielpo ofm * |  settembre-ottobre 2018

Beato Angelico, Discorso della montagna (dettaglio), Museo nazionale di San Marco, Firenze

Gesù, insegnandoci il Padre Nostro, è venuto incontro alla nostra piccolezza, incapace di stabilire un rapporto personale e profondo con il Signore.


Durante l’anno di noviziato avevo trovato nella biblioteca del convento un piccolo libro sulla preghiera. Non ricordo né il titolo, né l’autore, né l’editore. Non sono mai più riuscito a ritrovarlo, ma ricordo benissimo le prime pagine che mi hanno accompagnato in tutti questi anni di vita religiosa francescana. L’autore introduceva le successive riflessioni sulla preghiera con un racconto dei padri del deserto.

«Un giorno un novizio si recò dal padre maestro e chiese: “Maestro qual è l’aspetto più difficile della vita monastica?”. Il maestro rispose: “Dimmi tu, caro figliolo, quale pensi essere l’aspetto più difficile”. Il giovane pensò un po’ e poi disse: “Forse la castità?”. Il maestro, con un piccolo sorriso sulle labbra, rispose: “Adesso che sei giovane la castità ti sembra difficile. Ma vedrai che con il passare degli anni non è l’aspetto più difficile per noi monaci”. Allora il novizio riprese: “Forse la vita comune?”. “Non è la vita comune – rispose il saggio maestro –, gli uomini, anche se cattivi, a furia di vivere insieme con il tempo imparano a volersi bene”. “Forse il parlare di Dio, la predicazione?”, aggiunse ancora. A questo punto il monaco rispose: “Guardati intorno: le chiese sono piene di sacerdoti e monaci che parlano di Dio. No, non è la predicazione l’aspetto più difficile. Ma se vuoi proprio sapere che cosa costituirà sempre una sfida per il monaco, allora devi sapere che fino all’ultimo giorno della nostra vita sarà difficile dare del tu a Dio. Fino alla fine la preghiera non sarà mai un aspetto scontato della vita monastica”».

Col passare degli anni mi accorgo sempre più della verità di questo racconto. Anche nei pellegrinaggi presso i luoghi santi, con la grazia di essere proprio lì dove Gesù è nato, dove è cresciuto, dove ha chiamato i suoi primi amici, dove ha guarito, compiuto prodigi e dove ha versato il sangue per me, morendo sulla croce e dove è risorto, anche lì non è scontato essere capaci di pregare in maniera adeguata. Ogni volta abbiamo bisogno di essere presi per mano e condotti in un rapporto personale e profondo con il Signore, così personale e profondo da arrivare a dargli del tu.

Durante un mio soggiorno prolungato a Gerusalemme, qualche anno fa, ho accompagnato in una rapida visita per la città tre studentesse universitarie. Dopo qualche giorno, Carolina, una di loro, scrive agli amici: «Abbiamo avuto la grazia di poter celebrare una messa nel Santo Sepolcro (alle quattro e mezza di mattina!). È stato un momento forte, ero davvero grata di essere lì, ma allo stesso tempo mi sentivo piccola, come se le mie preghiere, la mia coscienza non fossero all’altezza di quel luogo, come se non fossero abbastanza profonde. So che è stupido, ma forse anche a voi capita a volte di accorgervi di non sapere come pregare. Quindi sono uscita da lì molto contenta della messa, ma con una punta di dispiacere per questa cosa. Durante la mattinata non ci avevo più pensato, ma ecco che succede una cosa piccola, ma per me commovente: abbiamo visitato la chiesa del Padre Nostro, sul monte degli ulivi. Lì viene ricordato il momento in cui Cristo insegna questa preghiera agli Apostoli. Gli uomini non sapevano come pregare e avevano bisogno di imparare. Beh, io sono esattamente come loro, anche se so già la preghiera del Padre Nostro, ma mi ha stupito la tenerezza che ha Cristo nel venirci incontro, nel venire incontro a tutta la mia povertà, in quel caso, di non essere riuscita a pregare».

In effetti, siamo tutti come quegli Apostoli che sentono l’esigenza di rivolgersi a Gesù e di domandare: «Signore, insegnaci a pregare!» (Vangelo di Luca 11,1). Hanno spesso visto Gesù ritirarsi in preghiera, sono rimasti affascinati dal suo modo unico di rivolgersi a Dio e hanno intuito che la preghiera è decisiva nella vita di sequela. Ma, contemporaneamente, sperimentavano tutta la loro incapacità, piccolezza e miseria. Avevano bisogno che qualcuno «insegnasse» loro a pregare. E teneramente – come ha ricordato Carolina agli amici – Gesù è andato incontro alla loro e nostra povertà: «Quando pregate, dite: Padre» (Lc 11,2).

Questa è la sfida di tutta la vita: dare del tu a Gesù, cioè entrare in rapporto con Lui come Persona viva e presente e, contemporaneamente, con Lui, per Lui e in Lui potersi rivolgere a Dio chiamandolo «Padre» e sperimentandolo come tale. Ogni giorno abbiamo bisogno di ridomandare «insegnaci a pregare, insegnaci a entrare in un rapporto filiale con Dio Padre, insegnaci a riconoscerTi fratello nel volto dei fratelli».

(* Commissario di Terra Santa per il Nord Italia)

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