Diwan

Taxi acquatici per Baghdad


di Laura Silvia Battaglia |  29 agosto 2018

La capitale irachena ha certamente ancora molti problemi da risolvere. Uno tra i tanti è il traffico congestionato. Così, da settembre parte un servizio taxi sulle acque del fiume Tigri, che attraversa la città.


Una bella vacanza in battello sul Tigri? Forse è ancora presto per organizzarla, ma intanto è certo che di qui a poco si potrà usufruire di un servizio taxi sull’acqua a Baghdad. Non sarà costoso, né romantico come a Venezia, ma sicuramente sarà funzionale.

Perché muoversi nel traffico di Baghdad è un incubo per i lavoratori, costretti ad affrontare il caldo, con temperature che sfiorano i 50 gradi, strade piene di buche, di cui molte non totalmente asfaltate, numerosissimi posti di blocco che rallentano di molto la viabilità giornaliera. Muoversi dentro il centro Baghdad, in sostanza, richiede una media di 30 minuti (allungabile fino a 90) e una spesa di parecchi dinari in gasolio, combustibile per nulla economico, benché l’Iraq sia uno dei primi produttori di petrolio al mondo.

La congestione del traffico è particolarmente forte se ci si azzarda a transitare su uno dei 13 ponti della città. Così, adesso, arrivano i taxi, iniziativa del consiglio provinciale di Baghdad e del ministero dei Trasporti, con un servizio già testato per una quindicina di giorni e che sarà attivo da settembre.

I taxi abilitati saranno 22 e di diverse capacità: potranno trasportare da un massimo di 44 passeggeri alla volta a un minimo di due. Un viaggio singolo costerà 500 dinari (meno di 40 centesimi di euro), che è comunque assai meno del costo di un taxi su gomma in centro città, la cui spesa ammonta a circa 5mila-10mila dinari (tra i 3 e i 7 euro).

I taxi partiranno dalla stazione di Jadhriya dove già da qualche anno stazionano traghetti di medie dimensioni trasformati, però, in ristoranti di lusso sull’acqua. Il capitano Qassim Nassri, 70 anni, intervistato da al Jazeera, dichiara che «l’obiettivo dell’operazione è ridare vita all’attività sul fiume Tigri», ma che prima di rendere attivo al 100 per cento questo servizio, il governo dovrà rimuovere tutte le misure di sicurezza attivate sul fiume dal 2014, ossia da quando lo Stato Islamico aveva preso possesso di alcune zone dell’Iraq più a Nord (tra cui Mosul) zone che si affacciano sul Tigri. Tra le misure adottate, quella che impediva alle barche di entrare in aree protette a Baghdad, in particolare nelle acque prospicienti la cosiddetta Green Zone, dove si trovano tutti gli edifici governativi, le abitazioni private dell’establishment e molte ambasciate, come l’ambasciata americana.  

Il sogno veneziano di Baghdad, dunque, si avvicina. Bombe, terrorismo e corruzione permettendo.

 


  

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

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Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen). È corrispondente da Sana’a per varie testate straniere.

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 - Agenda del mondo, RAI News 24), magazine (D - Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu). Cura il programma Cous Cous Tv, sulle televisioni nel mondo arabo, per TV2000.

Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l'e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).