Attualità

Israele Stato ebraico, le contestazioni dei drusi


 Terrasanta.net |  2 agosto 2018

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu riceve la delegazione dei drusi il 27 luglio scorso a Gerusalemme. (foto Kobi Gideon/GPO)

Dal 19 luglio scorso pure la leale minoranza drusa sente lo Stato di Israele un po' meno amico. E chiede riconoscimento per le proprie istanze. Si va verso nuovi distinguo?


(g.s.) - Anche la minoranza drusa contesta la legge di rango costituzionale, approvata il 19 luglio scorso a Gerusalemme dalla Knesset, che definisce «Israele Stato-nazione del popolo ebraico». Nei giorni scorsi lo scontento druso si è espresso in varie forme e occasioni: una delegazione ufficiale ha ottenuto di incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu il 27 luglio; alcuni parlamentari hanno chiamato in causa la Corte suprema; un certo numero di ufficiali delle forze armate ha espresso la propria frustrazione con dichiarazioni pubbliche di disaffezione per l’inno, la bandiera e il servizio militare prestato a uno Stato che ora suona meno amichevole.

I drusi sono un gruppo etnico-religioso che si è formato in Egitto nell’Undicesimo secolo staccandosi dall’islam sciita. I suoi membri sono oggi circa un milione e mezzo distribuiti geograficamente in Siria, Libano, Giordania e nel nord di Israele. Il loro credo è di tipo monoteista, ma per molti aspetti è avvolto e protetto da un’aura di segretezza che lo rende solo parzialmente noto a chi non è parte della comunità. Nella religiosità dei drusi si dà maggiore rilievo al piano etico e dell’ortoprassi, che non a quello teologico o liturgico. In ambito politico e civile i drusi non hanno difficoltà a prestare il dovuto ossequio alle autorità costituite. Per questo sono generalmente cittadini ben integrati con i connazionali dello Stato in cui vivono. In Israele se ne contano circa 136 mila. Vivono soprattutto nell’area del Monte Carmelo, nell’Alta Galilea e sulle Alture del Golan (strappate da Israele alla Siria nella guerra del 1967); parlano arabo come prima lingua ma sono ben integrati anche nella vita pubblica. Molti di loro prestano servizio nelle forze armate e di sicurezza (è probabile che voi stessi, se avete pellegrinato in Terra Santa, vi siate imbattuti senza saperlo in un druso, magari tra gli agenti di polizia che presidiano quotidianamente il sagrato della basilica del Santo Sepolcro), qualcuno è nelle alte sfere della politica e uno di loro, Ayoub Kara, milita nel Likud – il partito del premier – ed è attualmente ministro delle Comunicazioni.

Il 27 luglio anche il ministro Kara era tra i notabili drusi ricevuti da Netanyahu. Insieme al loro leader religioso, Sheikh Muwafak Tarif, hanno chiesto al primo ministro di far emendare una legge che reputano problematica perché assicura il diritto di autodeterminazione solo alla maggioranza ebraica e introduce disparità di trattamento per gli appartenenti ai gruppi minoritari (anche se numericamente consistenti quanto la componente araba, che è un quinto della popolazione israeliana).

Il primo ministro ha promesso di far studiare la questione da un gruppo di lavoro appositamente creato e nel frattempo la leadership drusa ha dato man forte al capo di stato maggiore della Difesa, il generale Gadi Eisenkot, nel chiedere ai drusi sotto le armi di non mettere in discussione la propria lealtà allo Stato e ai superiori. Si tratterebbe di tenere la politica fuori delle caserme. Ma, ci chiediamo, il principio dell’uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini di fronte alla legge non è uno dei cardini di uno Stato democratico e moderno? Se è così non merita di essere difeso a prescindere da ogni schieramento politico?

Sta di fatto che nelle ultime ore il governo di Israele ha rilanciato, immaginando una soluzione che sembra però aumentare le differenze di trattamento tra i cittadini. Non si andrebbe verso un emendamento delle norme appena varate, ma si propone ai drusi – con i quali si è schierato apertamente anche il ministro dell’Istruzione Naftali Bennett, capo del partito La casa ebraica – una legge, anch’essa di rango costituzionale, che vada incontro alle loro attese. La nuova normativa – se mai prenderà corpo – premierà le minoranze, come i drusi e i circassi, che hanno contribuito alla crescita di Israele anche prestando il servizio militare.

A queste componenti sociali verrebbero riconosciute ampie autonomie in materia di residenza e urbanistica nelle zone in cui si concentrano maggiormente le loro comunità. La proposta, riferiscono i media israeliani, sembra essere stata accolta con interesse dai notabili drusi, ma tutto è ancora in divenire.

Non mancano le voci critiche di chi interpreta questa mossa governativa come un’ennesima declinazione dell’antico principio Divide et impera.

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