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Gualtiero Bassetti: «L'altro? Necessario»


di Giuseppe Caffulli |  luglio-agosto 2018

L'ingresso solenne dell'arcivescovo di Perugia, il cardinal Gualtiero Bassetti, al Santo Sepolcro, accolto dall'allora custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa. (foto Nadim Asfour/CTS)

Il presidente dei vescovi italiani racconta il suo rapporto con la Terra Santa, l'impegno per il dialogo e la pace nel Mediterraneo, l’attualità dell’esempio di san Francesco.


Ci è stato ripetute più volte, anche di recente: in Terra Santa l’eco della sua visita del 2014 è ancora vivo. Sia i rappresentanti delle Chiese cattoliche che i semplici fedeli si ricordarono delle celebrazioni semplici, ma dense di significato che hanno accompagnato la visita del cardinale Gualtiero Bassetti nei Luoghi Santi, dal 4 al 7 dicembre di quasi cinque anni fa. Gerusalemme e Betlemme tra le tappe principali del viaggio dell’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, con gli ingressi solenni nelle principali basiliche delle due città.

«Mentre ero in adorazione al Santo Sepolcro – ricorda il porporato – sentivo Gesù che diceva: «Coraggio, pasci i miei agnelli. Pasci le mie pecorelle”. E io, presentando al Signore le mie difficoltà, mi sentivo rispondere: “Non temere, sono io che ti mando e ti darò forza”». Abbiamo incontrato Bassetti per chiedergli del suo rapporto con i Luoghi Santi ma anche per approfondire i tempi dell’incontro e del dialogo, oggi quanto mai necessario, sulla scorta dell’insegnamento che viene dall'incontro di san Francesco con il sultano a Damietta, di cui ricorre nel 2019 l’ottocentesimo anniversario.

Eminenza, le sue radici affondano nella fertile terra toscana. È diventato prete nella diocesi di Firenze in una stagione ecclesiale fecondissima: ha avuto modo di incontrare personalità come don Lorenzo Milani, Giorgio La Pira… Cosa è rimasto nel suo «bagaglio di esperienze» di quella stagione?
Più volte, nel corso della mia vita spirituale e nelle mie meditazioni, ritorno a quella stagione, davvero fecondissima, come a radici tuttora vive e capaci di produrre frutti: la storia stessa ce lo dimostra. L’esortazione evangelica a contemplare le semplici leggi della natura (i gigli del campo, gli uccelli del cielo) non è bucolica, è operativa. La fertilità della terra, i valori di chi la coltiva, di chi lavora, di chi è stato ed è vicino alla gente e ne porta l’odore, come dice Papa Francesco, rappresentano di per sé la «bella notizia» che non finisce mai di stupirci. Riaffiora non solo la memoria ma il messaggio e l’attualità di preti e personaggi «scomodi» (definiti così una volta da certuni, e oggi molto amati da Papa Francesco), che hanno pagato di persona le loro posizioni, come pure vescovi e cardinali quali Elia Dalla Costa, di cui mi considero figlio spirituale. Venerabile per la Chiesa cattolica e Giusto tra le nazioni, Dalla Costa raccorda la diocesi della mia nascita e formazione (Firenze) a quella di cui porto attualmente il titolo (Perugia), avendo animato all’epoca un «corridoio umanitario», clandestino, a favore dei perseguitati delle leggi razziali. A quell’opera benemerita, avente come cuore Assisi, collaborarono preti e laici perugini, alcuni venuti alla luce recentemente, altri rimasti anonimi. È un passato che non è mai passato, anzi, come per lo scriba del Vangelo, raccorda cose nuove e cose antiche, perché Cristo è lo stesso ieri, oggi, sempre. La carità non ha confini di tempo né di spazio.

Lei ha lavorato per lunghi anni come formatore, ed anche visitatore apostolico, nei seminari. La formazione dei preti è una delle questioni chiave oggi...
Quando fui creato cardinale e ci si presentò a vicenda, io mi definii l’unico ad aver fatto ben 42 anni di seminario! Dieci anni per diventare prete (1956-66), ventidue anni dal seminario minore al maggiore di Firenze (rettore prima del minore e poi del teologico) e, da vescovo, dieci anni (2001-11) come visitatore apostolico dei seminari d’Italia. Da questa mia esperienza posso dire che la formazione dei preti è una questione che ha sempre preoccupato i pastori. Il prete non è una persona astratta dal contesto sociale; nasce e si forma in un determinato ambiente, nel quale acquisisce consapevolezza della propria vocazione, su cui si innesta un cammino di discernimento e un'adeguata preparazione sia dottrinale e teologica, sia morale e pedagogica, sia soprattutto umana. Nell'esortazione apostolica Gaudete et exsultate, Papa Francesco parla di «chiamata alla santità», che riguarda tutti, «nel mondo contemporaneo», dal quale non si può prescindere se veramente si vuole trovare il cammino verso il Cielo, o addirittura farsene guida.

La paura dell’immigrazione, l’antisemitismo, il negazionismo, il ritorno di posizioni razziste... Lei ha stigmatizzato senza mezzi termini questi fenomeni. Cosa possono e devono fare la Chiesa italiana e la comunità dei credenti?
I migranti sono persone e come tali vanno accolti, accompagnati, integrati, tenendo conto delle loro necessità ma anche di quelle dell’ambiente che li accoglie. Quando sono in situazioni di emergenza vanno sempre salvati. Il flusso migratorio va controllato ma non con la chiusura dei porti e, soprattutto, dei cuori.

La Conferenza episcopale toscana, di cui lei è stato membro, è molto attenta alla Terra Santa. Lei stesso è stato vescovo anche di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, diocesi quest’ultima con riferimento esplicito a Gerusalemme. Cosa dire di questo rapporto speciale?
Nel 2006, quando ero ancora vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, fu presentato il libro storico di Andrea Czortek e Franco Polcri Sansepolcro e la Terra Santa – mille anni di incontri. Secondo fonti storiche e tradizioni orali, i santi pellegrini Egidio e Arcano, di ritorno dai luoghi santi, si sarebbero fermati lì in seguito a un comando divino ricevuto in sogno, per fondare un oratorio nel quale custodire le reliquie portate dalla Palestina e da Roma, tra cui la pietra del Sepolcro e il legno della Croce. Attorno all’oratorio, le genti delle alture circostanti e della pianura tiberina si trasferirono dando vita a un borgo, la «nuova Gerusalemme», con un’abbazia benedettina. Per rinsaldare il legame storico, alla presentazione invitai l'allora patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, il quale non si limitò a elencare i drammi della sua terra ma lanciò un appello all’Italia e all’Europa, concludendo: «Un giorno la bontà di Dio finirà per prevalere!». Oggi possiamo fare riferimento alla Fondazione Giovanni Paolo II per il dialogo, la cooperazione e lo sviluppo, presieduta da mons. Luciano Giovannetti vescovo emerito di Fiesole, nata dall’impegno considerevole e costante delle diocesi di Fiesole e di Montepulciano-Chiusi-Pienza in collaborazione con numerose altre; e si possono citare le molte iniziative di mons. Rodolfo Cetoloni, vescovo di Grosseto. Ma ad allargare i nostri orizzonti devono ancora essere gli appelli e soprattutto la profezia lanciata a Sansepolcro dal patriarca Sabbah.

Lei è stato varie volte in Terra Santa. Ci può raccontare le sue emozioni e il significato dei suoi ripetuti viaggi?
Sono stato ripetutamente in Terra Santa, ma ogni volta l’esperienza si rinnova, come se fosse la prima volta. Si va in Terra Santa non solo per motivi umanitari, per sensibilizzare oggi il cosiddetto Occidente alle necessità di quei territori martoriati, ma per ricevere sempre e di nuovo un messaggio non scritto, una linfa vitale. Siamo tutti noi, cristiani e credenti e tutta la nostra cultura, ad aver bisogno di riattingere a quelle radici. Nel dicembre 2014, a un mese di distanza da un precedente viaggio nella Striscia di Gaza con la delegazione della presidenza della Cei, tornai pellegrino nella terra di Gesù su invito della Custodia di Terra Santa, per fare il «solenne ingresso» nelle basiliche del Santo Sepolcro in Gerusalemme e della Natività in Betlemme. Una cerimonia pubblica e di benemerenza con cui la Custodia aveva voluto riconoscere, dopo quindici miei pellegrinaggi, un ruolo di incoraggiamento e di aiuto, che certamente oggi non può che continuare. Allora, e ancora nei miei viaggi seguenti, ho chiesto e chiedo a tutti la conversione del cuore, perché l’avvento di una pace giusta e duratura non rimanga solo un miraggio, ma diventi realtà per milioni di persone, nel segno della collaborazione, del rispetto e della concordia tra i popoli.

Il 22 gennaio scorso, aprendo la sessione del Consiglio permanente della Cei, lei ha proposto un’iniziativa dei vescovi italiani per contribuire alla pace. Un incontro rivolto ai vescovi dei Paesi che s’affacciano sulle sponde del Mare che unisce Europa, Africa e Medio Oriente e che si ispira a un’iniziativa storica e profetica di Giorgio La Pira. Di cosa si tratterà?
In attesa di nuovi pronunciamenti in sede ufficiale, non posso che rinviare a quanto è stato già detto nelle sedi opportune dai vescovi italiani, i quali hanno espresso il loro sostegno a un «Incontro di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo» che coinvolga i paesi che si affacciano sulle sue sponde. L’occasione del «lancio» è stata il mio viaggio in Libano, nel marzo scorso, durante il quale i patriarchi d’Oriente si sono ritrovati assieme per consegnarmi idealmente croci e speranze dei cristiani di Libano, Siria, Iraq, Armenia. Messaggio di dolore ma anche di profezia, guardando dall’alto del santuario della Madonna del Libano quel mare Mediterraneo che Giorgio La Pira contemplava come «grande lago di Tiberiade». Non poteva che essere quella l’occasione per proporre un incontro corale, da tenersi nell’Italia che si protende in questo immenso lago. Si tratta in ipotesi di un'iniziativa organizzata dalla Cei, che vede certamente il parere favorevole del Santo Padre, sulla quale tutti possono già convergere con la preghiera come un primo incontro, in attesa di quello fisico tra le persone che rappresentano le comunità religiose. Si comprende come ci si stia ancora lavorando e si chiede tanta preghiera e comunione spirituale in preparazione a questa auspicabile «costruzione di pace»: è interesse di tutti che l’incontro sia preceduto e seguito da iniziative non sporadiche di dialogo e conoscenza reciproca.

Dal 2009 lei è arcivescovo di Perugia, nel cuore dell’Umbria che è anche terra francescana… Il biennio 2017-2019 segna l’ottavo centenario dell’arrivo dei francescani in Terra Santa e l’incontro di Francesco a Damietta… Quale riflessione le suscita questo anniversario? In che modo la Chiesa italiana può capitalizzare il lascito di Francesco nel campo dell’incontro e del dialogo?
È importantissimo rivisitare oggi le qualità francescane di incontro, dialogo e rispetto, tra le righe di tutta la vita del santo e non solo nel famosissimo episodio dell’incontro con il sultano, di cui pure non si deve dimenticare la straordinaria attualità e l’insegnamento e l’esempio interreligioso. La qualità, il timbro di quell’incontro è infatti come preparato da tutta la vita, da tutto il carattere di Francesco, dalla sua gioia di incontro sempre viva, persino nella fase conclusiva della sua esistenza terrena; da tutta la sua vocazione, a partire dalla sua giovinezza ardente che non si accontenta di stereotipi, di luoghi comuni, ma vuole approfondire: in famiglia, con gli amici, con le gerarchie ecclesiastiche. La voglia autentica di incontro con l’altro, il diverso, l’incontro con il sultano come l’intera vicenda di Francesco porta con sé un grande insegnamento: bisogna lavorare moltissimo sulla formazione dei nostri giovani, ma anche imparare da loro, dare fiducia a loro e alle loro domande, perché sono in grado di andare verso l’altro senza i pregiudizi e le cristallizzazioni che talora rischiano di sclerotizzare le nostre società. Occorre intensificare, non solo per comandamento, ma con autentica voglia di incontro e di conoscenza, il dialogo interreligioso, che non ci allontana, bensì ci riconduce alle radici dell’identità evangelica.

 


 

Lʼimpegno sociale, lʼattenzione a giovani e famiglie

Primo di tre figli, Gualtiero Bassetti è nato il 7 aprile 1942 a Popolano di Marradi, sull’Appennino tosco-emiliano in provincia di Firenze. È entrato nel seminario diocesano del capoluogo toscano a 14 anni e al termine degli studi teologici è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1966 dal cardinale arcivescovo Ermenegildo Florit. Due anni più tardi viene nominato responsabile della pastorale vocazionale e assistente del seminario minore, di cui diventa rettore nel 1972.

Sette anni dopo, il cardinale Giovanni Benelli – arcivescovo di Firenze dal 1977 – lo trasferisce, sempre come rettore, al seminario maggiore. Nel 1992 il cardinale Silvano Piovanelli lo vuole al suo fianco come vicario generale dell’arcidiocesi.

Il 9 luglio 1994 san Giovanni Paolo II nomina Bassetti vescovo di Massa Marittima – Piombino. Nel novembre 1998 viene trasferito alla sede di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Una delle caratteristiche della sua azione pastorale è la priorità riservata ai giovani e alle famiglie. L’interesse per il sociale lo porta a intervenire per denunciare fenomeni come l’illegalità, la corruzione nella vita civile e politica, lo sfruttamento delle persone, le morti bianche sul lavoro. Il 16 luglio 2009 viene promosso alla sede arcivescovile metropolitana di Perugia – Città della Pieve, dove fa ingresso il 4 ottobre successivo. Durante la crisi economica che nel secondo decennio del nuovo secolo colpisce anche il tessuto sociale umbro incontra più volte operai e dirigenti di aziende, membri di organizzazioni di categoria e sindacati. È vicepresidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) dal novembre 2009 al novembre 2014. Dal 24 maggio 2017 è presidente della Cei.

Nel numero di luglio-agosto 2018

Il sommario dei temi toccati nel numero di luglio-agosto 2018 di Terrasanta su carta. Tutti i contenuti, dalla prima all’ultima pagina, ordinati per sezioni. Buona lettura!

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