Attualità

Israele, un nuovo impulso alla pastorale dei migranti


 Terrasanta.net |  5 aprile 2018

Una celebrazione della comunità indiana nella Valle del Cedron, a Gerusalemme. (foto m.a.b./Cts)

Nell'ambito del patriarcato latino di Gerusalemme, il 20 maggio prossimo prenderanno vita una parrocchia personale e un vicariato per la pastorale dei lavoratori e dei profughi stranieri.


(c.l./g.s.) - L’amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, mons. Pierbattista Pizzaballa, ha deciso di dare una struttura più solida alla pastorale dei migranti e dei lavoratori stranieri che vivono in Israele. L’annuncio è stato dato ieri con un comunicato stampa della curia patriarcale che rende pubblica una lettera indirizzata dall’arcivescovo ai parroci di rito latino che operano in territorio israeliano.

La comunicazione, datata 23 marzo 2018, parte da una constatazione: «Da diversi anni la comunità ecclesiale in Israele si è arricchita di decine di migliaia di stranieri che stabilmente vivono nel nostro territorio e affollano le nostre chiese. Filippini, indiani, srilankesi e molti altri sono ormai diventati parte integrante della nostra comunità. Accanto a loro sono arrivati negli ultimi anni anche rifugiati, provenienti dal Sud-Sudan e dall’Eritrea».

Una componente non trascurabile

È pur vero che comunemente, quando si parla di cristiani di Terra Santa, si tende a non considerare questa fascia di popolazione, benché acquisti sempre maggior peso, da un punto di vista numerico, in seno alla diocesi. Secondo i dati del ministero dell’Interno israeliano, nel 2015 c’erano circa 230 mila lavoratori stranieri nel Paese, in gran maggioranza cristiani. A costoro si aggiungono oggi 40 mila richiedenti asilo e profughi (africani).

Proprio per far fronte alle sfide demografiche, pastorali e sociali sollevate da questa consistente presenza mons. Pizzaballa ha deciso di creare nuove strutture ecclesiali che possano rispondere a bisogni specifici. Il presule reputa necessario riorganizzare il servizio pastorale fin qui svolto dal Coordinamento per la pastorale dei migranti e dei profughi, creato nel 2011. La maggior parte dei lavoratori stranieri e dei profughi interagiscono con la società di lingua e cultura ebraica ed è perciò stato naturale, fino ad oggi, che a farsi attento alle loro necessità fosse il vicariato per i cattolici ebreofoni. Proprio al suo responsabile, padre David Neuhaus, l’allora patriarca Fouad Twal assegnò il compito di coordinare anche la pastorale dei migranti. A Neuhaus, nel settembre 2017, è succeduto padre Rafic Nahra.

Oltre ai parroci delle parrocchie su cui gravitano i migranti (essenzialmente quelle di Haifa, Jaffa, Eilat, Gerusalemme e Tibériade), al coordinamento fanno capo anche religiosi e laici. «Tale coordinamento – annota mons. Pizzaballa – seguiva, per quanto possibile, il servizio alle persone che non frequentano i tradizionali luoghi di culto. Se è vero infatti che molti giungono alle nostre chiese per pregare, molti di più rimangono lontani dalle chiese e da qualsiasi servizio religioso, spesso alla mercé di criminalità locale e di altre situazioni di rischio oltre che di sette evangeliche».

Dal Coordinamento al Vicariato

Ora, l’intento è di moltiplicare gli sforzi perché anche i cattolici giunti da lontano abbiano pieno accesso ai sacramenti e alla catechesi, si sentano integrati nella Chiesa locale e si sviluppi una vera solidarietà tra le diverse comunità nazionali di migranti. Occorrerà anche riconoscere i bisogni del clero più avvertito sui diritti dei lavoratori stranieri e dei profughi, anche grazie all’aiuto di varie ong già impegnate su questo fronte.

Le sfide delineate fin qui non fanno che crescere e diversificarsi. Quelle derivanti dalle politiche del governo israeliano in tema di migrazioni esigono che la pastorale dei migranti sappia rispondere in maniere ufficiale, chiara, coerente e unitaria. Per questo il 20 maggio prossimo, solennità di Pentecoste, il coordinamento assumerà la qualifica di Vicariato episcopale per i migranti e i profughi. Di fatto sarà distinto dal vicariato per i cattolici ebreofoni e sarà diretto da un vicario episcopale, non necessariamente vescovo, che sarà immediato collaboratore di mons. Pizzaballa per quanto riguarda la cura pastorale dei migranti e profughi.  

Una parrocchia personale

Nella sua lettera ai parroci, mons. Pizzaballa osserva che «dal punto di vista legale e canonico, oltre che sociale, la maggior parte di queste persone vive in situazioni limite, spesso irregolari. Esse inoltre svolgono il loro lavoro in contesti sociali lontani dalla sede delle parrocchie territoriali, con esigenze assai diverse». Ecco perché, dopo aver consultato il consiglio presbiterale, l’arcivescovo ha deciso di creare una parrocchia personale con giurisdizione su tutto il territorio israeliano in materia di cura pastorale dei lavoratori stranieri e dei profughi.

La nuova parrocchia si farà carico di tutti gli aspetti pastorali, sacramentali e formativi. Osserva Pizzaballa: «La creazione di tale parrocchia, in breve, ha lo scopo di garantire un servizio pastorale completo ai tanti che sono lontani dalle nostre chiese, ma che – nonostante le difficili circostanze sociali nelle quali vivono – vogliono comunque avere un accompagnamento ecclesiale». Anche la parrocchia, come il nuovo vicariato, verrà costituita il prossimo 20 maggio.

I lavoratori stranieri presenti in Israele – non tutti cristiani – provengono principalmente da Paesi quali la Thailandia, le Filippine, il Nepal, l’India, lo Sri Lanka e la Cina. Sono andati a colmare i vuoti lasciati dalla manodopera palestinese a basso costo tagliata fuori dal mercato del lavoro israeliano negli ultimi decenni. I richiedenti asilo africani sono invece soprattutto di nazionalità eritrea e sudanese. Il governo Netanyahu si propone di espellerne decine di migliaia (donne e bambini esclusi) verso Paesi terzi.

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