La meta è il Paradiso


di fra Francesco Ielpo ofm |  marzo-aprile 2018

Caravaggio, San Francesco in meditazione, Pinacoteca del Museo civico Ala Ponzone di Cremona

Corriamo sempre il rischio di vivere in maniera superficiale i rapporti, gli affetti, il lavoro, il tempo libero. Per questo serve ricordare la meta a cui siamo chiamati.


Il fatto risale a qualche tempo fa. Nel giro di pochi minuti, si diffonde tra gli amici e i conoscenti la triste notizia dell’improvvisa morte di Francesco, poco più che trentenne, da diversi anni in missione con la famiglia in Uganda dove si occupava di cooperazione internazionale. Il suo terzo e ultimo bimbo ha solo due mesi. Un tragico e inspiegabile incidente stradale mette fine all’esistenza terrena di un giovane marito e papà. La frase più ricorrente nelle tante telefonate che mi raggiungono è: «Sono senza parole». Per qualche minuto anch’io rimango senza parole, ma capisco che non basta! Perché c’è un silenzio che è contemplazione del mistero grande dell’esistenza e di Dio (i Fioretti ci ricordano che Francesco, sul monte della Verna, durante la quaresima in onore di san Michele, nella preghiera chiede: «Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?») e c’è un silenzio che è semplicemente assenza, di fronte alla realtà tanto provocante della morte di un giovane. Provvidenzialmente però sento il commento di un’amica che rompe quel vuoto silenzio: «Appena mi ha raggiunto la notizia, mi sono domandata cosa stessi facendo in quel secondo mentre Francesco moriva. Con che coscienza e con che consapevolezza stavo vivendo quell’istante della mia vita?». La morte, in effetti, è il più grande interrogativo sulla vita.

Questo è il punto: la sua morte interroga la mia vita, il senso della mia esistenza. Come stavo vivendo quell’attimo?

Il celebre Memento mori (Ricordati che devi morire), divenuto poi il motto dei monaci trappisti, e che tanto spazio ha occupato nell’iconografia medievale (basti pensare alla raffigurazione di santi che contemplano un teschio), aveva lo scopo di ricordare ai vivi di comportarsi bene, di non cedere ai vizi esaltando le virtù.

Ricordo che, quando ero novizio, un anziano e saggio frate questuante, nel restaurare un convento sulle rive del lago di Como, aveva fatto dipingere su una parete che dava verso il giardino un finto balcone sul quale si sporgeva un monaco con un carteggio in mano dove si poteva leggere chiaramente: «Ricordati che la tua meta è il paradiso». Il Memento mori era stato tradotto evidenziando il positivo di una morte santa, ovvero il passaggio alla beatitudine eterna.

C’è bisogno continuamente di fare memoria della meta perché la nostra vita corre sempre il rischio di essere vissuta nella distrazione. Distratti rispetto all’essenziale e quindi superficiali nei rapporti, negli affetti, nel lavoro, nel tempo libero. Distratti rispetto al fine e quindi sempre vagabondi dell’effimero.

A volte ci illudiamo che per vincere le nostre distrazioni basti impegnarsi di più nell’attenzione. Ma in realtà il contrario della distrazione non è l’attenzione ma l’attrazione.

Viviamo il tempo liturgico della quaresima che ci prepara a celebrare e vivere un’altra morte, quella di Gesù Cristo. E possiamo ancora correre il rischio di vivere la quaresima puntando sulla maggiore attenzione: più attento nella preghiera e nel rispetto degli spazi che decido di dedicare all’orazione; più attento ai fratelli e ai loro bisogni e quindi più attento alla carità; più attento al cibo, ai dolci, e quindi più attento a una vita sobria e di penitenza.

Ma l’attenzione da sola non basta. Infatti, dopo l’ingresso trionfale a Gerusalemme, l’evangelista Giovanni, racconta di alcuni greci che si avvicinano a Filippo perché vogliono vedere Gesù il quale reagisce parlando dell’ora del Figlio dell’uomo, della sua glorificazione, del chicco di grano caduto in terra che deve morire per portare frutto, dell’amare la propria vita per poi perderla e del perdere la vita conservandola per l’eternità. E Gesù conclude affermando: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Vangelo di Giovanni 12,32). La crocifissione, estrema umiliazione e contemporaneamente glorificazione e innalzamento, è il punto a cui guardare per essere attratti.

Nella quaresima tutto (la preghiera, la penitenza e la carità) è un aiuto a fare memoria della morte in croce di Cristo per vivere ogni istante della nostra vita rivolti a quel volto che «non ha apparenza né bellezza / per attirare i nostri sguardi, / non splendore per provare in lui diletto» (Isaia 53, 2) e che, tuttavia, ci parla di un amore così grande che arriva sino al dono totale e incondizionato di sé. Così quel volto, giorno dopo giorno, diventa il volto del «più bello tra i figli dell’uomo» (Salmo 45,3), talmente bello da non poterne più fare a meno.

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