La Porta di Jaffa

Netanyahu al crepuscolo?


di Giorgio Bernardelli |  23 febbraio 2018

Quanto reggerà il premier israeliano Benjamin Netanyahu alle accusa di corruzione che si accumulano su di lui? E quale prezzo pagherà per restare in sella? Il suo tramonto è inesorabile?


Ogni giorno che passa in Israele si allarga la portata delle accuse contro Benjamin Netanyahu. E soprattutto si moltiplica il numero dei suoi collaboratori che - messi alle strette dalla polizia - puntano il dito contro l'uomo paragonabile solo a Ben Gurion per durata nella stanza dei bottoni della politica israeliana.

Delle inchieste giudiziarie su Netanyahu avevamo scritto su questo blog già all'inizio di settembre (Ombre su Netanyahu, che però tira dritto) spiegando come in quel momento Bibi dormisse comunque sonni tranquilli, nonostante le pentole che l'inchiesta stava scoperchiando si riferissero a questioni non di poco conto. Nelle ultime settimane, però, le cose sono parecchio cambiate. E non solo perché - la scorsa settimana, alla fine proprio di quelle indagini di cui parlavamo allora - la polizia israeliana ha chiesto ufficialmente alla procura generale dello Stato che Netanyahu sia processato per corruzione. Il vero terremoto è arrivato dopo: a quelle sui regali del produttore americano Arnon Milchan (secondo l'accusa ricompensati con una legge ad hoc che ha garantito al miliardario favori fiscali) e a quella sul tentativo di barattare una linea politica più morbida del quotidiano Yediot Ahronot (in cambio di un freno all'espansione del principale concorrente Israel HaYom, che l'inchiesta giudiziaria ha mostrato essere, di fatto, controllato dal premier), si è aggiunto infatti un nuovo procedimento giudiziario. Con un blitz clamoroso nello scorso week-end sono finiti in carcere i vertici di Bezeq, il principale gruppo delle telecomunicazioni in Israele, e due strettissimi collaboratori di Netanyahu (che fino a qualche tempo fa aveva tenuto per sé la delega di ministro delle Comunicazioni). Anche in questo caso l'accusa è quella di aver concesso a Bezeq una nuova licenza in cambio di un atteggiamento più morbido di Walla (un popolare portale web di informazione della stessa proprietà) sulle inchieste giudiziarie che coinvolgono la famiglia Netanyahu. E da un interrogatorio di un ex collaboratore del premier sarebbe spuntata addirittura un'offerta al magistrato che indagava su Sara Netanyahu, la moglie del premier: alla giudice in questione avrebbero offerto la nomina ai vertici della procura generale dello Stato in cambio di un insabbiamento delle accuse. Proposta rifiutata dall'interessata. Ma il particolare scottante è che adesso sarà comunque il magistrato nominato da Netanyahu al suo posto a giudicare se le richieste di incriminazione a carico del premier vadano accolte oppure no.

Il quadro che emerge è dunque quello di un primo ministro che – con il passare degli anni – «ha preteso sempre più spesso di comportarsi come un re», per usare la definizione efficace coniata qualche giorno fa da Nahum Barnea per riassumere l'intreccio tra regali costosi, familismo, mosse spregiudicate, manovre per garantirsi media poco ostili che l'inchiesta sta facendo emergere. La questione dei media in particolare è davvero un filo rosso che sembra emergere da tutte le indagini su Netanyahu: il leader del principale partito in Israele ha ripetutamente cercato di sbarazzarsi delle voci critiche nell'opinione pubblica per mantenere il consenso. Haaretz ha messo in fila uno dietro l'altro una serie di episodi ed è emerso che in ben 13 casi il premier è intervenuto personalmente in questioni che riguardavano l'assetto di giornali, televisioni e siti di informazione in Israele, che come in tutto il mondo oggi fanno i conti pesantemente con la crisi dell'editoria e dunque sono più facilmente manovrabili.

Adesso che tutto questo sta venendo alla luce che cosa succederà a Netanyahu? Lui per il momento va avanti senza alcuna intenzione di dimettersi. Dalla sua ha il Likud che i sondaggi danno comunque ancora come primo partito in Israele (e che in questi anni Bibi ha accuratamente plasmato a sua immagine e somiglianza, stroncando ogni opposizione interna). Ma il Likud da solo non ha i numeri per governare: decisivo è il sostegno degli alleati di governo, che per ora sulle vicende che coinvolgono il premier stanno tenendo un basso profilo. Ci vorranno mesi prima che la procura generale si pronunci sulla richiesta di rinvio a giudizio (in un Paese che in anni recenti ha già processato e mandato in carcere un ex presidente della repubblica - Moshe Katzav - e un ex premier - Ehud Olmert). È dunque molto probabile che gli alleati di governo per il momento non chiedano le dimissioni di Netanyahu. Anche perché per loro l'opportunità molto più ghiotta è un'altra: approfittare dell'attuale debolezza della posizione del premier per strappare da lui concessioni. I più veloci sono stati i partiti ultraortodossi che hanno già ricominciato a dire che senza una marcia indietro sulla solita legge in tema di arruolamento degli haredim nell'esercito loro il prossimo bilancio non lo voteranno. Ma c'è da essere certi che anche Neftali Bennett, il leader del partito più vicino ai coloni, non mancherà di presentare il suo di conto, con un'ulteriore accelerata sul riconoscimento politico degli insediamenti. E a quel punto davvero per Netanyahu sarà prendere o lasciare (immunità ministeriale compresa).

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