Attualità

La storia di Aref, liutaio in Palestina


di Chiara Cruciati |  30 gennaio 2018

Un primo piano di Aref Sayed.

Un oud sul banco da falegname di Aref.

Strumenti musicali appesi nel laboratorio di Beit Sahour.

Il liutaio al lavoro su un buzuq.

Ereditata la falegnameria di famiglia, Aref Sayed ha saputo metterla a servizio della sua passione per la musica: nel 2015 ha aperto un laboratorio di liutaio alle porte di Betlemme.


Suonare uno strumento musicale è creare bellezza con le dita, costruirne uno anche. Aref Sayed, giovane palestinese di Gerusalemme, è da qualche anno uno dei pochissimi liutai attivi in Palestina. Una passione che ne ha messe insieme altre due: quella per il violino e quella per la lavorazione del legno.

Lo incontriamo nel suo laboratorio, in una delle vie strette della città vecchia di Beit Sahour, villaggio alle porte di Betlemme, diventato famoso negli anni della Prima intifada (1987-1993) per la sua disobbedienza civile all'occupazione israeliana (un'esperienza che trovò echi all'Assemblea generale dell'Onu). Qui, dietro una porta in ferro battuto, al piano terra di una vecchia casa, pietre bianche e archi sul soffitto, ogni giorno Aref crea: violini, violoncelli e gli strumenti della tradizione araba, l'oud, il buzuq e il kanun. Tutti strumenti a corde che, toccate, risvegliano suoni antichi, espressione dell'arte araba.

«Ho aperto il laboratorio nel 2015. È stata la risposta ad una necessità, è come se fosse riemerso un vecchio bisogno, dimenticato». Perché di liutai quaggiù, oltre ad Aref, ne sopravvivono solo altri tre: a Ramallah, Nablus e Nazaret.

Nato a Gerusalemme da una famiglia di falegnami, Aref è cresciuto circondato da legno e macchinari per lavorarlo. Un'abilità a cui si è affiancata quella per la musica: Aref si è laureato in violino al Conservatorio Edward Said di Beit Sahour nel 2013. Non prima, però, di un lungo viaggio tra Europa e Turchia: un percorso partito da Cremona, alla scuola di liuteria, proseguito in Germania e poi ad Istanbul. Fino al ritorno in Palestina e alla decisione di ricreare una scuola artigiana perduta: «La passione per la realizzazione degli strumenti tradizionali arabi è nata da una necessità – ci spiega –. Avevo problemi a trovare dei violini adatti, di qualità. I musicisti palestinesi li acquistano in Egitto e Siria, perché da noi quest'arte è scomparsa. E allora ho deciso di costruirli da solo».

«Gli strumenti musicali sono parte della nostra tradizione culturale, radicati nel tempo insieme ai suoni particolarissimi che producono. L'oud, il kanun, il buzuq hanno una storia antichissima e per mantenerla viva, presente, devono essere di qualità: solo così il musicista riesce a riprodurre il suono originale, atavico, dello strumento e allo stesso tempo ad adattare quella sonorità alla contemporaneità. La musica segue un suo percorso, si modernizza senza però perdere la sua origine».

Per questo è fondamentale un artigianato nuovo, attuale: è come, ci dice Aref, guidare una macchina d'epoca, è bella ma non riuscirà a garantire performance “moderne”. Lo stesso vale per gli strumenti musicali: vanno adattati all'oggi per raccontare una storia antica. Come quella narrata dalle note dell'oud, cinquemila anni di vita e ancora oggi tra le sonorità preferite dai musicisti palestinesi.

«Molti possiedono già strumenti che devono solo essere rimessi in sesto. Per quelli nuovi, lavoro su ordinazione perché per ogni pezzo servono due-tre mesi di lavoro. Il più richiesto è l'oud, il liuto arabo. E non vendo solo in Palestina: gli ordini arrivano anche dal Canada, dagli Stati Uniti, dall'Europa. Uso diversi tipi di legno - noce, acero, palissandro - che qui non si trovano e devo importarli. Lì nascono i problemi: i beni importati passano obbligatoriamente dalla dogana israeliana che allunga a dismisura i tempi e i costi. I pacchi restano bloccati per settimane, a volte per mesi, i costi lievitano e il lavoro rallenta». Un’esperienza condivisa da ogni organizzazione, società, professionista palestinese.

Aref, però, non si fa scoraggiare: «Ora sto lavorando ad un liuto iracheno – ci dice, mostrandoci lo strumento sopra il bancone da lavoro, pronto per la laccatura – Di liuti ce ne sono diversi, iracheni, siriani, egiziani. Da qualche tempo sto provando a immaginarne uno palestinese, il miglior strumento per rendere quello che è il gusto locale e allo stesso tempo che rispecchi il mio stile. Insomma, un liuto personalizzato che dia corpo alla mia idea di musica».

Un'idea condivisa con sempre più frequenza dai giovani palestinesi, negli ultimi anni protagonisti di un vero e proprio rinascimento culturale. In ogni città nascono centri culturali, scuole di musica, piccoli teatri, circoli di lettori. E la musica fa da sottofondo, quella più tradizionale – specchio di un'identità rivendicata – e quella contemporanea, espressa dalle tante giovani band che narrano la loro storia e quella della Palestina in rap, rock, hip hop. O, come Aref, mantenendo viva una storia millenaria e facendola risuonare tra le dita dei più giovani, aspiranti musicisti.

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