Babylon

Abu Dis capitale della Palestina?


di Fulvio Scaglione |  28 dicembre 2017

C'è un intralcio all'asse anti-iraniano tra Arabia Saudita, Israele e Usa: lo Stato di Palestina, che il governo israeliano, di fatto, non vuole. Gli "strateghi" dei tre Paesi squadernano "alternative"...


Il piano studiato da Usa, Arabia Saudita e Israele per saldare la loro alleanza in funzione anti-Iran e anti-Russia prende sempre più forma. La condizione perché tale alleanza si realizzi, come raccontavamo in Babylon è che venga disinnescata la pluridecennale «questione palestinese».

La politica israeliana degli insediamenti, infatti, non ha fatto che renderla più spinosa e problematica. Lo Stato ebraico, è vero, si è impadronito di porzioni di territori sempre più ampie. Ma così facendo, e intanto rinnegando qualunque ipotesi di costruzione di uno Stato autonomo palestinese, ha anche avvicinato il momento in cui dovrà spiegare che cosa voglia fare dei palestinesi, che sono due milioni e 200 mila in Cisgiordania e quasi due milioni nella striscia di Gaza. Deportarli tutti, magari in Giordania? Eliminarli? Portarli sulla Luna? L’unica cosa certa è che Israele non vuole la soluzione a «due Stati» ma nemmeno quella a uno Stato solo, con i palestinesi inglobati nello Stato ebraico. Dunque?

I sauditi, per parte loro, non possono passare per i traditori della causa palestinese agli occhi del mondo arabo. Devono poter dire che la questione è stata chiusa, perché hanno il timor panico dell’Iran (non dimentichiamo che circa il 15 per cento della popolazione saudita è sciita) e la triangolazione con Israele e Usa è per loro decisiva, sia dal punto di vista della sicurezza sia dal punto di vista dell’economia. Dunque?

L’unica soluzione possibile, in quel piano per la Palestina che Donald Trump si appresta a proporre, ma ha come registi neanche tanto occulti israeliani e sauditi, era quindi recuperare la soluzione a «due Stati» con le opportune modifiche. Ecco allora che Mohammed bin Salman, erede al trono saudita e vero uomo forte del regno, propone dalle colonne del New York Times che la Palestina abbia uno Stato, ma diviso in due, con la Striscia di Gaza costituita in entità autonoma. E che la capitale dello Stato palestinese non sia Gerusalemme Est, come previsto peraltro dagli Accordi di Oslo del 1993, ma Abu Dis, un piccolo villaggio a sud est della Città Santa. Come contentino per i palestinesi, Abu Dis verrebbe connessa alla moschea di Al Aqsa con un ponte.

Come avevamo anticipato, sauditi, israeliani e americani hanno concepito un «accordo» che ovviamente sarebbe molto al ribasso per i palestinesi, costretti ad accettare lo status quo e una frammentazione che li manterrebbe alla mercé di Israele. Tutti gli altri, invece, vedrebbero soddisfatte le loro esigenze strategiche. Per i sauditi, la «questione Palestina» risulterebbe risolta. Per Israele, l’annessione di Gerusalemme Est e degli altri territori avrebbe sanzione internazionale. Per gli Usa, si costituirebbe quel triangolo con Arabia Saudita e Israele che, dopo la sconfitta in Siria, diventa indispensabile per non perdere il controllo del Medio Oriente. I palestinesi? Una pedina in mano ad altri, come sempre.

 


 

Perché Babylon

Babilonia è stata allo stesso tempo una delle più grandi capitali dell'antichità e, con le mura che ispirarono il racconto biblico della Torre di Babele, anche il simbolo del caos e del declino. Una straordinaria metafora del Medio Oriente di ieri e di oggi, in perenne oscillazione tra grandezza e caos, tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e declino. Proveremo, qui, a raccontare questa complessità e a trovare, nel mare degli eventi, qualche traccia di ordine e continuità.

---

Fulvio Scaglione, nato nel 1957, giornalista professionista dal 1981, è stato dal 2000 al 2016 vice direttore di Famiglia Cristiana. Già corrispondente da Mosca, si è occupato in particolare della Russia post-sovietica e del Medio Oriente. Ha scritto i seguenti libri: Bye Bye Baghdad (Fratelli Frilli Editori, 2003), La Russia è tornata (Boroli Editore, 2005), I cristiani e il Medio Oriente (Edizioni San Paolo, 2008), Il patto con il diavolo (Rizzoli, 2016). Prova a raccontare la politica estera anche in un blog personale: www.fulvioscaglione.com

Bersagli civili

Tra il 2011 e il 2016 il numero dei civili uccisi, nel mondo, da atti di violenza compiuti con esplosivi è aumentato del 48 per cento. In guerra i militari muoiono meno.

Ankara si insinua nelle fratture tra i curdi

Il governo turco allenta la pressione sui curdi iracheni – stretti nella morsa tra Iraq, Iran e Turchia – mentre calca la mano contro i curdi siriani nel cantone di Afrin.

La maledizione del doppio standard

Ghouta e Afrin, due teatri di guerra in Siria, due livelli di attenzione diversi da parte dei media (e dei governi) occidentali. Riflettori sul primo, penombra sul secondo. Perché?

Apriamo gli occhi sul volto orrendo della guerra

In questi giorni i media parlano tanto di Ghouta il sobborgo di Damasco bombardato dalle forze governative siriane. Ma altrove la guerra è forse più educata? La soluzione è una sola...