Avvento, un tempo di attesa


di fra Alberto Joan Pari ofm |  novembre-dicembre 2017

Iniziamo un tempo liturgico che ci richiama all'attesa. Saper attendere con pazienza è segno di forza e di solidità, non di debolezza.


Se ci pensiamo bene, attendiamo tantissimo nella nostra vita! La gente ogni giorno aspetta mentre fa la fila al negozio o alla stazione di servizio; aspetta per essere servita al ristorante; aspetta per essere visitata dal medico o dal dentista. Si aspettano l’autobus, il treno, l’imbarco aereo. Sì, nella vita trascorriamo una sorprendente quantità di tempo ad aspettare che avvenga qualcosa. Aspettare può essere molto frustrante e oggigiorno sembra che il tempo non basti mai e il pensiero di avere tante cose da fare può rendere l’attesa davvero snervante. Nella nostra epoca, il tempo del «tutto e subito», dell’efficacia e della produttività, in cui anche i cristiani appaiono spesso segnati da attivismo, parlare di attesa può rischiare l’incomprensione totale: a molti infatti attendere appare sinonimo di passività e di poca voglia di fare. Stiamo intraprendendo il cammino di Avvento che ci porterà a vivere con gioia la solennità del Natale, al sol pensiero la mente e il cuore si riempiono di dolcezza e serenità, ma dobbiamo comunque attendere.

Nella vita cristiana l’attesa è parte integrante dell’esperienza spirituale ed esistenziale di ogni battezzato; «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta». Al cuore della celebrazione eucaristica, queste parole ricordano al cristiano un elemento costitutivo della sua identità di fede: l’attesa della venuta del Signore. «Il cristiano», ha scritto il cardinale Newman, «è colui che attende il Cristo». Noi attendiamo Colui che è già venuto; davanti a sé il cristiano non ha dunque il nulla o il vuoto, ma una speranza certa, un futuro orientato dalla promessa del Signore: «Sì, verrò presto» (Apocalisse 22, 20).

La sapienza popolare e soprattutto contadina ci è maestra nell’attendere: il seme gettato a terra, il contadino che durante il duro inverno attende con pazienza che la natura faccia il suo corso e che a primavera inizi a dare segno dell’avvenuto miracolo, antico e sempre nuovo dell’arrivo della vita nuova; così è questo Avvento che celebriamo nella fede.

A Betlemme ogni anno una bellissima celebrazione solennizza l’accensione della prima candela della corona di Avvento, una antica tradizione dei Paesi dell’Europa del nord ora estesa un po’ ovunque nella Chiesa. Il Custode di Terra Santa, al termine dei primi vespri della prima domenica di Avvento, con una processione solenne scende nella Grotta della Natività e dalla lampada che perennemente arde nel luogo santo accende un lume poi, risalendo nella basilica di Santa Caterina, accende la prima candela della corona di Avvento predisposta nel presbiterio. Sono tanti i religiosi e le religiose di Terra Santa che attendono di ricevere la fiamma per il loro cero dalla prima candela della corona e spesso cercano di conservarlo acceso fino al loro rientro in convento, dove il resto della comunità li attende per illuminare la loro corona preparata con cura in cappella e dare così ufficialmente inizio all’attesa del Natale, in comunione con Betlemme, con la diocesi e con tutta la Chiesa. I frati ogni anno si incaricano di portare un cero da Betlemme al monastero delle Clarisse di Gerusalemme, sulla strada di ritorno verso la città vecchia. Le sorelle attendono in coro, dietro la grata in dolce attesa, che la luce di Betlemme arrivi sul loro altare e poi le loro voci intonando canti melodiosi e dolcissimi solennizzano il momento e danno inizio al loro Avvento. Tutti questi gesti ci aiutano a capire che qualcosa cambia, che l’attesa è importante e necessaria. La venuta del Signore impone quindi al cristiano attesa di ciò che sta per venire e pazienza verso ciò che non sa quando verrà. E la pazienza è l’arte di vivere l’incompiuto, di vivere la parzialità e l’incertezza del presente senza disperare. Ce lo insegnano i nostri nonni e per noi in convento i saggi frati anziani che sono testimoni di perseveranza, da loro comprendiamo come l’attesa paziente sia segno di forza e di solidità, di stabilità e di convinzione, non di debolezza. L’attesa del Signore porta il cristiano a disciplinare il proprio desiderio, a imparare a desiderare, a frapporre una distanza tra sé e gli oggetti desiderati. Ecco il senso dell’Avvento cristiano e delle belle domeniche e settimane che ci attendono e che ci invitano a rivolgere il nostro sguardo e i nostri cuori al ritorno del Signore. Che questo tempo di grazia sia una bellissima occasione per preparare il Suo ritorno e per gioire ancora una volta della meraviglia del Natale, di un bambino Dio venuto a visitarci dall’alto. Buon Avvento a tutti e Buon Natale... da Betlemme!

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