La Porta di Jaffa

Spianata delle Moschee, i perché della crisi


di Giorgio Bernardelli |  24 luglio 2017

Quand'è cominciata davvero l'ultima crisi intorno alla Spianata delle Moschee/Monte del Tempio? Non il 14 luglio 2017, ma ben prima. Con una serie di irresponsabili "distrazioni".


Guardiamo le immagini che i tg ci rilanciano su Gerusalemme e tutti noi che portiamo nel cuore la Terra Santa ci chiediamo: quando finirà questa nuova ondata di violenza? Posta così la domanda rischia, però, di essere solo retorica. Di diventare il solito modo per giudicare da lontano i due popoli che non riescono a trovare la pace.

Sarebbe molto meglio, invece, porsi prima un'altra domanda: quand'è cominciata davvero questa crisi intorno alla Spianata? Perché è intorno alla risposta che diamo a questo primo interrogativo che oggi si giocano le possibilità concrete di contenere l’incendio che dalla Spianata delle Moschee/Monte del Tempio si va pericolosamente diffondendo in tutto il Medio Oriente.

Quando è cominciata, allora? Ci può essere una risposta semplice, quella della cronaca: è iniziata il 14 luglio con l’attacco compiuto da tre arabi israeliani originari di Umm al Fahm al posto di polizia israeliano di guardia alla Porta dei Leoni; attacco conclusosi con l’uccisione di due poliziotti drusi e dei tre attentatori rincorsi dagli altri agenti sulla Spianata. Non sempre, però, le risposte della cronaca sono le più veritiere. Perché chiunque conosce almeno un po’ la Terra Santa sa che quella - e la successiva diatriba sui metal detector - sono state solo la scintilla che ha infiammato qualcosa iniziato ben prima.

Questa crisi è cominciata quando il mondo - stanco di tentativi andati a vuoto per la pace in Medio Oriente - ha iniziato a togliere questo tema dalla sua agenda, pensando che Gerusalemme sia «un problema loro» (probabilmente lo pensa tuttora). È cominciata quando abbiamo pensato che i simboli e le identità religiose siano un rompicapo da cui stare alla larga, anziché la palestra nella quale provare ad affrontare davvero le sfide dello stare insieme. È cominciata quando abbiamo trasformato l’espressione «due popoli e due Stati» in un mantra che non dice più nulla perché nessuno si assume la responsabilità di denunciare con chiarezza ciò che rende impossibile arrivarci. È cominciata quando abbiamo pensato che un conflitto si potesse comodamente parcheggiare in attesa di tempi migliori.

È stato tutto questo a lasciare - in Israele e in Palestina - il campo libero. Così questa crisi è potuta cominciare quando abbiamo considerato trascurabile il fatto che sempre più esponenti della destra religiosa ebraica iniziassero a salire sulla Spianata rivendicando il diritto di pregare là dove oggi ci sono le moschee. È cominciata quando non ci siamo preoccupati di capire che cosa sia il ramo settentrionale del Movimento Islamico e quanto il suo influsso stesse contribuendo a radicalizzare le posizioni anche tra i musulmani sulla Spianata. È cominciata quando nel 2015 abbiamo accettato come se niente fosse che un premier israeliano uscente - durante una tornata elettorale, a urne aperte - lanciasse un appello ai suoi elettori ad andare a votare perché «gli arabi (cittadini di Israele come loro - ndr) stanno votando in massa». È cominciata quando abbiamo pensato che dopo l’ondata di violenza dell’autunno 2015 l’intifada dei coltelli fosse finita, quando invece semplicemente non faceva più notizia da noi (e non sta facendo notizia nemmeno oggi nonostante il terribile attacco dell’altra sera ad Halamish, con tre coloni israeliani sgozzati nella propria casa mentre festeggiavano la nascita di un nipotino nella sera dello shabbat). È cominciata quando non abbiamo capito che dietro a questa rivolta c’è la violenza nichilista di una generazione che non ha conosciuto né il sogno della pace né la sbornia dei movimenti politici e dunque non ha più nulla da perdere. Il che è mille volte più pericoloso di tutti i ragionamenti su Hamas, sui coloni, sull’Autorità Nazionale Palestinese, sull’esercito israeliano, eccetera.

C’è una parola che riassume tutto questo: è cominciato tutto con la «normalizzazione». Con l’idea che il conflitto che attraversa Israele e la Palestina potesse diventare qualcosa a cui ci si può abituare, quasi fosse un elemento del paesaggio. Che tutto si potesse risolvere nell’inerzia di quel livello minimo di rapporti tra chi sta da una parte e dall’altra della barricata che gli anni del processo di Oslo ci hanno lasciato in eredità e che nel frattempo - però - venivano svuotati di qualsiasi prospettiva politica. Che «congelamento» potesse diventare la parola più ardita che le diplomazie e le istituzioni internazionali sono in grado di pronunciare su qualsiasi aspetto che ha a che fare con questo conflitto.

Non si può normalizzare una situazione che normale non è: prima o poi i nodi vengono al pettine, come stiamo vedendo in queste ore. E allora forse oggi sarebbe utile riprendere in mano la nota «La questione della “normalizzazione”», che appena un paio di mesi fa la commissione Giustizia e Pace dell'Assemblea degli ordinari cattolici di Terra Santa ha pubblicato in occasione dei 50 anni dalla guerra del 1967. Più che dividerci nelle solite fazioni - in questo caso metal detector sì o metal detector no - è da qui che occorrerebbe ripartire per provare a capire. E - soprattutto - per scegliere se lasciarci scuotere davvero da questo nuovo sangue intorno alla Città Santa o limitarsi a giudicarlo da lontano.

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Leggi qui il testo integrale del documento «La questione della “normalizzazione”»


 

 

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