SPECIALE 1217-2017

Soggetti per amore di Dio ad ogni umana creatura


di fra Francesco Patton ofm * |  luglio-agosto 2017

Fra Francesco Patton ritratto nella chiesa di San Salvatore, a Gerusalemme. (foto Sebi Berens/Flash90)

Con il Capitolo di Pentecoste del 1217 inizia la vicenda missionaria del nascente Ordine francescano e la presenza dei primi frati in Terra Santa. Una storia ancora eloquente.


Quest’anno 2017 è per noi frati di Terra Santa particolarmente significativo: esattamente 800 anni fa, al Capitolo di Pentecoste tenuto a Santa Maria degli Angeli alla Porziuncola in Assisi, il nostro Ordine si aprì alla dimensione missionaria e universale. In quella occasione fu deciso di mandare frati in tutto il mondo allora conosciuto, e di mandarli come testimoni di fraternità e di pace. Alcuni frati, guidati da frate Elia da Cortona, furono inviati «oltremare» per fondare una nuova Provincia francescana.

Due anni dopo, nel 1219, è lo stesso san Francesco a recarsi pellegrino e missionario in Terra Santa. Di quel viaggio tutti ricordiamo l’incontro col sultano Malek-El-Kamel, che avvenne a Damietta, in Egitto, nel contesto della quinta Crociata. Questo incontro è ben documentato nelle fonti antiche sia interne, sia esterne all’Ordine francescano ed è citato perfino in fonti musulmane. In quella occasione Francesco ebbe probabilmente un salvacondotto per poter visitare i Luoghi Santi, che trasmettono la memoria del mistero dell’Incarnazione e della passione, morte e risurrezione del Signore Gesù.

Il viaggio di Francesco in Terra santa è talmente importante e significativo per lui e per noi, che nei suoi Scritti posteriori al 1220 ne troviamo ovunque echi e tracce. È significativo che nell’Ufficio della Passione Francesco parli della mangiatoia in cui Gesù fu deposto (Uff Pass XV, 7: FF 303) e nella Lettera all’Ordine faccia riferimento alla venerazione per «il sepolcro nel quale Egli [Gesù] giacque per qualche tempo» (LOrd 2: FF 220). È ancor più significativo l’invito che rivolge ai reggitori dei popoli di «offrire al Signore tanto onore in mezzo al popolo a voi affidato, che ogni sera si annunci, mediante un banditore o qualche altro segno, che all’onnipotente Signore Iddio siano rese lodi e grazie da tutto il popolo» (Lrp 7: FF 213).

In modo speciale poi quel viaggio e quell’esperienza contribuì alla elaborazione di una vera e propria metodologia missionaria che troviamo sintetizzata nel Capitolo XVI della Regola non bollata (FF 42-45). Lì san Francesco ci ricorda che siamo chiamati ad evangelizzare in due modi. Il primo è di non fare liti o dispute, essere sudditi e soggetti a ogni umana creatura per amore di Dio e confessare di essere cristiani. Il primo modo è cioè quello della testimonianza della vita, che si attua quando evitiamo ogni forma di aggressività e polemica, ci mettiamo a servizio degli altri per amore di Dio e manifestiamo un’identità cristiana chiara. Aggiunge poi san Francesco che «quando vedranno che piacerà al Signore» allora i frati potranno fare l’annuncio esplicito del mistero di Cristo e amministrare i sacramenti che incorporano alla Chiesa. Infine bisogna mettere in conto la possibilità di essere rifiutati, perseguitati e perfino uccisi, ma questo è già compreso nella professione di vita religiosa, con la quale mettiamo la nostra vita totalmente nelle mani di Dio.

Queste semplici linee sono quelle che hanno guidato l’esperienza francescana in Terra Santa, lungo questi otto secoli, in mezzo a persone di altra cultura, fede e religione. Sono le linee che guidano tutt’ora la nostra presenza qui. È da questa esperienza e da questa intuizione che è nato il desiderio di poter stare nei Luoghi Santi per lodare e ringraziare Dio per quel che ha fatto per noi incarnandosi a Nazaret, mostrando il volto di Dio nel volto di un bambino a Betlemme, donandosi a noi nell’Eucaristia nel Cenacolo, insegnandoci l’amore reciproco attraverso la lavanda dei piedi, sintonizzando la sua volontà umana con quella del Padre nel Getsemani, mostrandoci l’amore più grande, quello che arriva fino al dono della vita sul Golgota e vincendo per sempre la morte il terzo giorno nel Santo Sepolcro.

È da questa esperienza e da questa intuizione che è nato il desiderio di rendere accessibili ad altri i Luoghi Santi, perché possano toccare e vedere i luoghi nei quali Gesù è nato, è vissuto, ha predicato, si è preso cura di noi, ha manifestato la potenza risanatrice della sua parola e del contatto con Lui, e soprattutto della sua passione, morte e risurrezione. Un’intuizione fatta propria nel 1342, da papa Clemente VI che emana le bolle Gratias agimus e Nuper carissimae e affida così al nostro Ordine la custodia dei Luoghi Santi, dà uno statuto giuridico alla Custodia di Terra Santa e ne sancisce l’internazionalità.

È da quella stessa intuizione originale che parla di «essere sudditi e soggetti a ogni umana creatura per amore di Dio» e di annunciare il Vangelo fino al martirio, che nascono le opere pastorali come le parrocchie e quelle sociali come le scuole, prende avvio l’impulso alle imprese artigiane locali, si concretizza la vicinanza alle popolazioni sofferenti e perseguitate lungo questi otto secoli e ancora oggi. È grazie a quella intuizione iniziale che circa 2.000 frati, in questi otto secoli, sono morti martiri per la fede o per la carità. È per quella stessa intuizione originaria che i nostri frati sono rimasti in Siria in questi anni di guerra dura e devastante e rimangono tuttora accanto alla gente per mantenere viva la speranza.

Come francescani, leggiamo questi otto secoli come una manifestazione della provvidenza, della fedeltà e della bontà di Dio nei nostri confronti, perché ha scelto uno strumento ecclesiale semplice e povero, variopinto e talvolta anche un po’ disordinato quale siamo noi, per portare avanti qui, non la nostra ma la Sua storia, che è sempre storia di salvezza.

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(* Custode di Terra Santa)

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