Kushari

Ebrei d'Egitto


 di Elisa Ferrero |  4 maggio 2013

Un documentario, inizialmente censurato dal ministero della Cultura, riporta all'attenzione dell'opinione pubblica egiziana (o per lo meno delle fasce più acculturate) le vicende della comunità ebraica nell’Egitto del secolo scorso (circa 80 mila persone). Una realtà profondamente radicata nel tessuto socio-culturale del Paese fino a quando fu sradicata in seguito alla nascita dello Stato di Israele e della guerra del 1956.


Dall’Egitto giungono sempre più spesso notizie di conflitti settari e persone incriminate per blasfemia. È di questi giorni, inoltre, la ripresa della polemica da parte islamista sull’opportunità o meno di porgere gli auguri di Pasqua ai connazionali copto-ortodossi. In questo panorama poco confortante, sembra invece andare controcorrente un rinnovato interesse per la quasi dimenticata comunità ebraica egiziana.

Alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso, infatti, l’Egitto ospitava un’antica e florida comunità ebraica di circa 80 mila persone, profondamente radicata nel tessuto socio-culturale del Paese. Tuttavia, con la fondazione dello Stato d’Israele nel 1948, e ancor più dopo l’ascesa di Nasser e la cosiddetta aggressione tripartita del 1956 da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele, gli ebrei d’Egitto furono spogliati della cittadinanza e costretti all’esilio. A nulla valse che molti di loro non fossero affatto sionisti e che alcuni, anzi, fossero dei patrioti sostenitori del presidente Gamal Abd el-Nasser. L’equazione che metteva sullo stesso piatto ebrei, israeliani e sionisti si era ormai ampiamente diffusa, tanto che oggi, purtroppo, pare essere penetrata a fondo nella società, specie fra le fasce più illetterate della popolazione.

Oggi, di quella vitale comunità ebraica egiziana, non restano che alcune decine di persone, sostanzialmente dimenticate, almeno fino a qualche mese fa. Recentemente l’interesse per quella comunità è stato risvegliato dal documentario del regista Amir Ramsis intitolato, appunto, Ebrei d’Egitto. Lo scopo del documentario è quello di narrare un’epoca nella quale la società egiziana si distingueva per il suo multiculturalismo e pluralismo religioso, oggi entrambi minacciati dalla propaganda di certi islamisti che vorrebbero ridurre l’essere egiziani alla sola identità arabo-musulmana. Questo recupero del passato risulta tanto più importante, se si considera che oltre la metà della popolazione egiziana è al di sotto dei 25 anni e dunque non ha vissuto quell’epoca, né ha potuto sentirne parlare nelle scuole statali, dove s’imparava invece ad amare il presidente Hosni Mubarak come padre della patria e s’insegnava una storia fortemente influenzata dalla propaganda di regime. Recuperare alla memoria questo pezzetto di storia, inoltre, diventa addirittura fondamentale, se si considera la paura, avvertita da molti, che i copti possano subire lo stesso destino degli ebrei, con una fuga massiccia all’estero.

Forse, tuttavia, nessuno avrebbe mai avuto notizia del documentario di Ramsis al di fuori dei circoli intellettuali, se questo non fosse incappato nella censura del ministero della Cultura e della Sicurezza nazionale. Una discreta ondata di proteste (segno, fra l’altro, che il peso dell’opinione pubblica è diventato rilevante) è infine riuscita a sbloccarne la censura, consentendo la proiezione del film in tre sale cinematografiche del Cairo, fra i mugugni degli islamisti e le attenzioni di alcune testate internazionali.

Naturalmente è improbabile che il documentario possa raggiungere le fasce analfabete della popolazione, o comunque lontane dagli ambienti intellettuali frequentati dalla classe media, ma l’interesse che questo film ha suscitato è pur sempre un segnale positivo, un piccolo segno che molti egiziani desiderano recuperare la propria storia e la propria ricchezza culturale.

La curiosità nei confronti della comunità ebraica egiziana, inoltre, non si è spenta con lo scorrere dei titoli di coda del documentario, ma è stata rinvigorita dal recente decesso di Carmen Weinstein, storica leader della restante, piccola comunità degli ebrei d’Egitto, composta oggi principalmente da donne. Ai suoi funerali c’era una presenza di mass media e di forze di sicurezza mai vista prima.

Dopo la rivoluzione, l’Egitto pare guardarsi allo specchio, scoprendo tanti problemi taciuti, tanti nodi insoluti, tanti pericolosi focolai di conflitto, ma anche tante potenzialità inespresse e ricchezze poco conosciute. Gli ebrei d’Egitto, che nel documentario di Ramsis dichiarano ancora il loro amore per il proprio Paese natio, sono una di queste.

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