Attualità

Dopo le ultime analisi tecniche, la Basilica della Natività senza segreti


di Carlo Giorgi  |  18 dicembre 2012

L'interno della basilica della Natività, a Betlemme, con la soffittatura lignea esposta alle ingiurie delle intemperie. (foto E. Bermejo) [fotogallery 1/2]

Architrave in legno del Sesto secolo. (foto C. Alessandri)

La basilica della Natività di Betlemme - su cui in occasione del Natale saranno rivolti gli occhi del mondo intero -, vanta trabeazioni lignee tra le più antiche di tutta l’area del Mediterraneo e, potendo contare su una struttura architettonica ancora solida seppur millenaria, ha bisogno con urgenza di interventi strutturali antisismici. Sono questi alcuni degli esiti di una ricerca pubblicata sull'ultimo numero di Journal of Cultural Heritage.


(Milano) - La basilica della Natività di Betlemme - su cui in occasione del Natale saranno rivolti gli occhi del mondo intero -, vanta trabeazioni lignee tra le più antiche di tutta l’area del Mediterraneo, è stata costruita senza ombra di dubbio nel VI secolo d.C. e, potendo contare su una struttura architettonica ancora solida seppur millenaria, ha bisogno con urgenza di interventi strutturali che ne possano ridurre il danno in caso di un evento sismico.

Sono alcune delle importanti acquisizioni dello studio pubblicato sull'ultimo numero di Journal of Cultural Heritage, periodico scientifico in lingua inglese che si occupa in particolare di conservazione dei beni architettonici.

Da tempo la basilica della Natività attende un restauro complessivo che, con ogni probabilità, dovrebbe iniziare la primavera prossima. In vista dei lavori, già nel 2009 l’Autorità Nazionale Palestinese aveva promosso una ricerca che consentisse la migliore conoscenza dell’edificio sacro dal punto di vista archeologico, strutturale, decorativo, storico-filologico e funzionale. Ricerca realizzata – d’intesa con i religiosi francescani, greco-ortodossi e armeni, co-proprietari della basilica – tra il settembre 2010 e l’inizio del 2011 da un'équipe internazionale di studiosi, guidati dal professor Claudio Alessandri, coordinatore generale del progetto e docente presso il dipartimento di Ingegneria dell'Università di Ferrara. «I risultati delle indagini, le proposte di intervento suggerite, come pure le linee guida e le raccomandazioni tecniche fornite hanno superato con successo il vaglio delle preposte Commissioni di controllo – spiega Alessandri - e di organismi internazionali della massima autorevolezza quali l’International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property (Iccrom). Tali risultati costituiscono pertanto un riferimento obbligato per un qualsiasi intervento futuro di conservazione e restauro, qualunque sia l’impresa o studio professionale incaricato della sua esecuzione».

Tra le scoperte di portata storica raggiunte dalla ricerca, segnaliamo quelle riguardanti la datazione delle strutture lignee, affidate ad Ivalsa, Istituto di valorizzazione delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche italiano. Le travi di legno della copertura della basilica sono state sottoposte ad analisi dendrocronologica, finalizzata a definire età e provenienza dei materiali. In particolare, si è scoperto che il legno può essere suddiviso in cinque gruppi, a seconda del periodo storico in cui è stato tagliato e utilizzato per altrettanti successivi restauri: il gruppo più antico sarebbe composto addirittura da travi di cedro databili tra il Sesto e il Settimo secolo d.C.; si tratterebbe proprio del legno utilizzato in epoca bizantina per la ricostruzione della basilica costantiniana, andata a fuoco durante la rivolta samaritana del 529.

Di alto profilo anche i dati emersi sull'origine dei materiali: «Abbiamo scoperto legno di tre differenti specie di alberi: cedro, larice e quercia - racconta il dottor Mauro Bernabei, del Cnr, tra i massimi esperti internazionali di dendrocronologia -. I cedri e le querce sono alberi autoctoni del Medio Oriente e quindi è pacifico immaginare che, tagliati in boschi vicini, siano stati utilizzati per il cantiere della basilica a Betlemme. Ma i larici non crescono in questa area geografica! Così la loro presenza sembrava inspiegabile. L'analisi dendrocronologica ha sciolto l'enigma: abbiamo provato che si tratta di alberi dell'inizio del Quattrocento, provenienti dalle Alpi Orientali italiane».

Ma chi, nel Quindicesimo secolo, avrebbe mai pensato di andare a prendere così lontano, addirittura in Italia, alberi utili al restauro di una basilica in Palestina? «È stato emozionante trovare, in antichi documenti d'archivio, la conferma al nostro dato scientifico - racconta Bernabei -: i documenti spiegano che nel Quattrocento il legno necessario al restauro della basilica venne donato proprio dalla Repubblica di Venezia, sotto la cui giurisdizione si trovavano all'epoca anche le Alpi orientali». Così, nel 1479, dopo alcuni decenni di complessi negoziati diplomatici tra cristiani e musulmani, il tetto della basilica fu finalmente messo a nuovo.

Contribuirono a finanziare l'impresa anche il duca di Borgogna, Filippo il Buono, che sostenne le spese dei lavori, ed Edoardo IV re d'Inghilterra, che donò il piombo usato per la copertura. Il tutto, sotto gli auspici di padre Giovanni Tomacelli, Custode di Terra Santa in quegli anni, con l'approvazione della Santa Sede e, ovviamente, del sultano Al-Ashraf Sayf Ed-Din Qayetbay.

Una curiosità: la ricerca ha appurato anche l'origine del legno di quercia utilizzato per il restauro del 1848, dopo i danni causati da un rovinoso terremoto. Le travi di quercia analizzate arrivano da un bosco dell'Anatolia, con ogni probabilità lo stesso bosco da cui proviene il legno impiegato per costruire le piccole edicole musulmane che sorgono nei pressi della basilica di Santa Sofia, ad Istanbul. «L'amministrazione ottomana del periodo promosse il restauro di una basilica cristiana con lo stesso legno con cui costruiva luoghi di culto musulmani - conclude Bernabei -, lo interpreto come un piccolo segno di dialogo e pace, legato alla basilica della Natività…».

«Ci si augura – conclude il professor Alessandri - che gli studi fin qui condotti possano trovare al più presto una loro implementazione in un preciso programma di interventi con i quali si possa finalmente arrestare o tutt’al più rallentare l’inesorabile processo di degrado di uno dei più importanti monumenti della Cristianità».

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