La Porta di Jaffa

Quei morti ci interrogano


di Giorgio Bernardelli |  3 giugno 2010

Una delle navi della Freedom Flotilla

In giornate terribili come quelle che abbiamo appena vissuto, qual è il compito di chi vuole la pace? È da lunedì che me lo chiedo, ripensando a questa vicenda dei morti sulla nave che voleva forzare il blocco di Gaza. A provare a formulare una risposta mi hanno aiutato due mail arrivate nella mia posta elettronica dalla Terra Santa.


In giornate terribili come quelle che abbiamo appena vissuto, qual è il compito di chi vuole la pace? È da lunedì che me lo chiedo, ripensando a questa vicenda dei morti sulla nave che voleva forzare il blocco di Gaza. A provare a formulare una risposta mi hanno aiutato due mail arrivate nella mia posta elettronica dalla Terra Santa. Due voci di chi non ha dimenticato che, dietro alla valanga di slogan su sicurezza-occupazione-indipendenza-terra-identità, ci sono sempre delle persone.

Una cosa in questa ultima vicenda mi ha colpito molto: si è parlato di tutto tranne che dei morti. Mi pare d'aver capito che alla fine sono nove, ma non sappiamo nulla su chi fossero. Anche la loro nazionalità è un giallo: a un certo punto la Turchia ha parlato di quattro suoi cittadini morti. E gli altri? Mi colpisce come su questo aspetto non proprio marginale nessuno si ponga delle domande. Siamo all'ennesima Caporetto dell'informazione, in una guerra che si fa ormai principalmente con i media. Abbiamo visto i filmati da ogni angolatura, abbiamo rilanciato gli anatemi di tutti i leader del mondo, abbiamo intervistato tutti gli scrittori possibili e immaginabili. Ma possibile che a nessun giornalista venga in mente di provare a raccontare chi erano questi morti? Possibile che nessuno chieda - né a chi ha organizzato la spedizione, né all'esercito israeliano che l'ha fermata - un elenco preciso delle vittime?

A me pare un simbolo eloquente del livello di disumanizzazione raggiunto da questo conflitto. Le notizie non servono più, bastano e avanzano le emozioni. Più dei fatti contano le reazioni, sempre rigorosamente sopra le righe. Ammesso che qualcuno ne senta il bisogno, preciso che considero una stupidaggine immane il blitz compiuto da Israele: è la dimostrazione dell'inettitudine politica di Netanyahu, Lieberman e Barak; pur di non far violare nemmeno simbolicamente un embargo che da quattro anni si sta rivelando inutile, conducono Israele in un isolamento ancora più profondo. Ma non mi esalta nemmeno il gioco del premier turco Erdogan, che ormai cavalca apertamente lo scontro. E non mi piace di certo chi fa finta di non vedere il disastro in cui Hamas ha fatto sprofondare Gaza: lo denunciava con chiarezza sull'ultimo numero di Internazionale anche Amira Hass, una giornalista che non può certo essere considerata «serva dei sionisti».

Il punto è che siamo sempre da capo: è questo clima da stadio (o stai di qua o stai di là) il vero ostacolo alla pace in Medio Oriente. Questo atteggiamento per cui i morti non sono mai un campanello d'allarme, ma l'occasione per alzare ancora di più i toni. Ma allora che cosa possiamo fare? Vengo finalmente alle due voci dalla Terra Santa, che dicono una cosa molto chiara: è ripartire dal volto umano di questo conflitto l'unico modo per uscire dalla spirale della violenza. E noi per primi - anche di fronte a notizie come quelle di questi giorni - siamo chiamati a farlo misurando le parole e imparando a guardare alla sofferenza e alle contraddizioni di tutti.

Proprio mentre infuocava la polemica sull'assalto alla nave, da Gerusalemme mi è arrivata la notizia della morte dello sheik Bukhari. Il suo nome probabilmente dice poco a tanti, eppure quest'uomo è stato un segno di pace straordinario nella Città Santa. Questo musulmano sufi, infatti, nella sua casa sulla Via Dolorosa, ha coltivato l'arte dell'ospitalità. E anche quando a Gerusalemme infuriava la seconda intifada lui è andato avanti a promuovere e a praticare l'incontro con le persone. E' una coincidenza singolare il fatto che si sia spento proprio in queste giornate così colme di odio. Lascia vuoto un posto che chi ha a cuore la pace oggi deve assolutamente sforzarsi di colmare. Servono testimoni capaci di ricordare che questo conflitto è un immenso dramma. Si può pensare di risolverlo giocando a chi - da lontano - usa la frase più ad effetto su Facebook?

Io preferisco le parole sofferte scritte in queste ore da Robi Damelin, una delle madri del Parents Circle. «Tanti esperti, tante notizie, tanta violenza - scrive -. Autogiustificazioni, maledizioni e morte. Ma chi consolerà le famiglie dei morti e dei feriti, chi li convincerà che valeva la pena che le loro vite andassero perse a causa di decisioni prese da leader folli che non sono in grado neppure per un minuto di avere un pensiero originale? (...) Non possiamo continuare a mettere calce sulla ferita, dobbiamo curarla in modo da non essere costretti a prendere provvedimenti che porteranno solo altro spargimento di sangue, distruggendo ogni possibilità di riconciliazione. E allora malediciamo gli israeliani, non malediciamo i pacifisti sulla barca e non malediciamo i leader che - dopo tutto - li hanno sostenuti. Mi dispiace, ma questo gioco serve solo a farci stare meglio con noi stessi. Dov'è il contributo che possiamo offrire per cambiare questa situazione e costruire un mondo più pacifico? (...) Io credo che tutti dovremmo alzarci e chiedere ai leader del mondo di lasciarsi coinvolgere davvero in questo dramma. La smettano di prendere una parte o di accusarsi l'un l'altro, ma si impegnino a promuovere qualcosa che possa porre fine alla violenza, guardando a una soluzione duratura. Deve essere, però, una soluzione che includa un processo di riconciliazione, non solo un accordo che porterebbe a un cessate il fuoco che non è una vera pace. Lo dice Robi Damelin... nel nome di David, il mio amato figlio che ha perso la vita in questo conflitto».

Clicca qui per leggere un profilo dello sheikh Bukhari

Clicca qui per leggere la riflessione di Robi Damelin sul sito del Parents' Circle

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